Occident Ex-PressCento milioni di caffè: è guerra aperta fra Antitrust e società delle macchinette

Stangata da 100 milioni per le società delle macchinette. L'accusa? Un cartello per orientare il mercato. Nelle mail: “Niente guerre di religione, se il servizio è degli amici lasciamo stare”. Ma i legali vanno al Tar: “Senza prove e multa folle, mai esistito il cartello perché i prezzi sono fermi”

Inserisci una moneta, premi un bottone, aspetti qualche secondo e – se tutto va bene – consumi il tuo caffè. O la tua brioches confezionata, una Pepsi, un succo di frutta. Il gesto più semplice del mondo – all’apparenza. Ma il mercato delle cosiddette “macchinette” fa gola a molti. Non solo per placare gli appetiti in pausa lavoro degli avventori di uffici delle Poste, dei carabinieri nelle caserme che consumano cialde o capsule, dei viaggiatori Trenitalia in attesa sui binari di Roma Termini.

La gola sembra riguardare altri soggetti: i principali operatori del mercato che, secondo quanto stabilito dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato si sarebbero messi d’accordo, da almeno una decina d’anni, per non pestarsi i piedi nelle gare d’appalto. Tenendo i prezzi elevati e limitando la concorrenza. Un’indagine nata da una serie di strani episodi: una piccola società di Mantova, la Ideal Service srl, segnala all’authority una serie di conversazioni telefoniche avvenute fra loro e il call center del Gruppo Argenta e allega le registrazioni delle stesse in un esposto, come rivelato a Linkiesta da fonti interne all’Antitrust. Dall’ascolto dei nastri emerge quello che il Garante ha definito un “patto di non belligeranza” fra concorrenti.

La bastonata dell’Antitrust alle società di distribuzione automatica di cibi e bevande, una multa da 100 milioni di euro che rischiava di essere da un miliardo. L’accusa? Aver creato un cartello per dieci anni e orientare il mercato. Le prove starebbero nelle conversazioni telefoniche registrate da una piccola azienda di Mantova

I nomi sono stati messi nero su bianco nella relazione che accompagna una maxi-multa stabilita dall’Agcm, pubblicata nel bollettino del 20 giugno. Sono Gruppo Argenta, D.A.EM, Gruppo Illiria, IVS, Ge.SA, Liomatic, Ovdamatic, Sellmat, Serit, Sogeda e Supermartic. Una manciata di nomi che forse dicono poco all’uomo comune. Sono le big del mercato del vending in Italia: società per azioni o a responsabilità limitata, e l’universo delle loro controllate, che da un ventennio a questa parte dominano il business della distribuzione automatica e semi-automatica di alimenti e bevande. Un volume d’affari da capogiro pari a quasi 2,5 miliardi di euro nel 2014 e in aumento costante anche nel 2015, per un totale di 10,5 miliardi di consumazioni totali, stando ai dati degli stessi produttori. Per dare un’idea è come se ognuno dei 60 milioni di italiani spendesse 170 euro all’anno ai distributori.

La bastonata dell’Antitrust alle società di distribuzione automatica di cibi e bevande, una multa da 100 milioni di euro che rischiava di essere da un miliardo. L’accusa? Aver creato un cartello per dieci anni e orientare il mercato

E su come le “grandi sorelle” del vending si siano ritagliate il ruolo di principesse egemoni del mercato sono sorti dei dubbi. Almeno stando alle 240 pagine di relazione prodotta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con cui l’Antitrust ha punito una quindicina fra i principali operatori di settore assieme a Confida, l’associazione di categoria del settore che conta 347 imprese iscritte (sulle 3.500 totali in Italia) e che da sole valgono per il 70-75 per cento del fatturato nazionale: una maximulta complessiva da 100 milioni e rotti di euro ma che in una stima iniziale rischiava di ammontare ad oltre un miliardo. Cifra che, se fosse rimasta invariata, avrebbe di fatto messo in ginocchio il settore. Una multa dove c’è chi sarà costretto a saldare un conto salato, come IVS con 32 milioni, Argenta 19 milioni, D.A.EM e controllate, come Illy, Govi, Molinari e altre, 11,2 milioni. Mentre c’è chi invece se la cava – solo in termini assoluti, non relativi perché per tutti la multa ammonta al 10 per cento del fatturato – con cifre più esigue, come i 100mila euro di sanzione a Confida, unica per il momento ad aver annunciato ufficialmente il ricorso al Tar.

Gruppo Argenta, D.A.EM, Gruppo Illiria, IVS, Ge.SA, Liomatic, Ovdamatic, Sellmat, Serit, Sogeda e Supermartic, sono le “grandi sorelle” del vending: un mercato da 10,5 miliardi di consumazioni totali all’anno. Nelle carte dell’Authority anche il ruolo di Confida, l’associazione di categoria

Contro una decisione che ambienti vicini all’associazione di categoria definiscono “folle” e “sproporzionata”, sia nel metodo che negli importi, stimati con il massimale di pena possibile e come se i comportamenti illeciti si fossero perpetrati per molti più anni di quelli per cui esisterebbero prove fattuali. A Confida, in particolare, viene imputato un fatto specifico: quando nel 2013 il governo Letta inserì in finanziaria l’aumento IVA dal 4 al 10 per cento, l’associazione di categoria scrisse ai propri associati “consigliando” di aumentare i prezzi dei prodotti per evitare un bagno di sangue fiscale. Secondo l’Antitrust questo comportamento sarebbe stato un tentativo di influenzare al rialzo i prezzi, e in maniera generalizzata, con metodi da “cartello”.

Gli avvocati di Confida annunciano ricorso al Tar. La strategia difensiva? Il teorema dell’Antitrust non ha basi concrete, la multa è troppo salata e il cartello, se anche fosse esistito, non ha funzionato: non ci sarebbe stato, secondo i legali, il rialzo dei prezzi

Per le altre aziende coinvolte, invece, le accuse sono diverse. In generale si parla di violazione dell’articolo 101 del Trattato di Funzionamento dell’Unione europea, ma il Garante usa parole specifiche: lo definisce un “patto di non belligeranza”, e di nuovo “un cartello” fra imprese concorrenti, con lo scopo di mantenere elevati i costi del servizio, i fatturati e i livelli di redditività. E, sopratutto, un meccanismo per non soffiarsi grossi clienti a vicenda. Quando un cliente passava da una società all’altra, magari per un “errore” di comunicazione, ecco pronto un piano di compensazione. Tu mi hai preso un cliente io te ne cedo uno in cambio. Possibilmente nella stessa area geografica e con margini simili di guadagno. Se questo non è possibile allora si va direttamente per la cessione di rami d’azienda, sempre a compensazione dello “sgarbo” subito. Il tutto facilitato anche da possibili conflitti d’interesse – scrive il Garante – con consiglieri di amministrazione che siedono contemporaneamente nei cda di aziende concorrenti o con poltrone che ruotano con velocità.

Gli avvocati di Confida annunciano ricorso al Tar. La strategia difensiva? Il teorema dell’Antitrust non ha basi concrete, la multa è troppo salata e il cartello, se anche fosse esistito, non ha funzionato: non ci sarebbe stato, secondo i legali, il rialzo dei prezzi

Nelle 240 pagine viene descritta la “filiera” per decine e decine di casi ma, secondo fonti attendibili, non è tanto dall’esame dei singoli episodi che emerge l’intesa di non belligeranza, quando dalla lettura degli atti completi, del quadro d’insieme: dagli appalti per la fornitura delle stazioni dei Carabinieri nel vercellese, a quelle della Guardia di Finanza di Brescia, passando per Poste Italiane, Ferrovie Nord, i punti vendita Decathlon, gli uffici di Assicurazioni Generali sull’intero territorio nazionale, il sistema sembra essere lo stesso. In quattro parole: cercare di non danneggiarsi. Non presentarsi alle gare dei “concorrenti amici” – come le stesse aziende si definisco fra di loro in alcune email ritrovate dall’AGCM, figlie delle ispezioni fra 2014 e 2015, e allegate alla relazione.

Ad esempio nelle mail del maggio 2013, quando la responsabile dell’area commerciale di Illiria scrive al Vice Presidente della stessa: “Se sento che il servizio è gestito da competitor amici lascio stare, se così non è mi aggancio finché non arrivo alla referente”. E ancora: “il servizio è gestito da IVS (ho i prezzi) naturalmente la sede non si tocca”. Quella frase “ho i prezzi” è sintomatica di comportamenti abituali: se proprio è necessario mantenere le apparenze e presentarsi ai bandi di gara, lo si fa, ma avvertendo in anticipo il proprio competitor sulle condizioni economiche del listino.

Oppure presentando offerte folli al rialzo, per dare l’impressione che la proposta dell’avversario sia vantaggiosa, agli occhi degli ignari clienti.

Nelle mail agli atti si legge: “Se sento che il servizio è gestito da competitor amici lascio stare”. O ancora: “Non facciamoci guerre di religione”, “Il servizio è gestito da IVS, la sede non si tocca”

Ignari clienti? Forse, ma c’è un grosso punto di domanda. Viene infatti da stupirsi nel vedere come tutte le stazioni appaltanti coinvolte, dalle amministrazioni pubbliche alle imprese private e addirittura le forze dell’ordine, non si rendano conto di nulla: sempre le stesse società si presentato e a nessuno sorgono sospetti. Eppure esistono i consigli dell’AGCM da seguire per sapere quando drizzare le orecchie e sono pubblicati in bella vista sulla home page dell’Authority: già da anni l’Antitrust ha messo in rete un semplice “Vademecum sugli appalti”, dove in mezza pagina sono descritti i comportamenti più basilari a cui prestare attenzione per combattere i cartelli. Nessuna offerta, o poche offerte e tutte per lo stesso importo, sono il classico sintomo di un tentativo di “boicottaggio” della gara d’appalto, scrive in tre righe l’authority diretta da Giovanni Pitruzzella.

Altri elementi visibili a occhio nudo, e che dovrebbero destare attenzione, sono la presenza degli stessi nomi di imprese aggiudicatarie che ruotano con regolarità attorno a un appalto per anni; i sub-appalti – spesso con il meccanismo delle false cooperative per ottenere vantaggi fiscali – e le Associazioni Temporanee di Impresa (ATI) che, sebbene nascano come organismi a tutela delle aziende più piccole, nel tempo si trasformano in uno strumento per spartirsi la torta, quella del mercato in generale o della singola commessa, fra concorrenti.

E da ultimo il metodo più grezzo: errori molto banali – troppo banali, come quelli di grafia ripetuti – nella presentazione delle domande di partecipazione all’asta. Sviste ortografiche o stilistiche che portano quelle stesse domande ad essere considerate nulle, magari lasciando campo aperto a un solo “concorrente amico”.

Già da anni sono in rete i consigli dell’Antitrust per evitare che le gare d’appalto siano “boicottate”. Ma nessuna fra le stazioni appaltanti seguiva quelle indicazioni

Si parla di molteplici gare indette in un periodo superiore ai 15 anni – la relazione descrive il sistema come attivo ormai dai primi 2000, gli anni ruggenti del vending in Italia. Ma i legali delle aziende punite dalla maxi-sanzione rigettano con forza buona parte delle accuse: la durata del cartello secondo loro è eccessiva e per la quale non esiterebbero prove documentali. Sostengono, infatti, che l’Antitrust avrebbe preso una manciata di mail intorno al periodo 2006-2007 e le avrebbe messe in relazione con quelle del 2013-2014 come se nulla fosse, stabilendo che il cartello operava quindi da più di dieci anni. Ma sono molti altri i punti che i legali delle società coinvolte contestano: l’importo della multa punitivo, applicando il massimale previsto dalla legge; il fatto che per l’aumento dei prezzi legato allo scatto IVA del 2013 vengano punite solo 11 delle aziende di Confida sulle 347 totali, lascerebbe intendere, a loro dire, una discriminazione. E infine contestano l’assunto di base: che il presunto “cartello”, se anche fosse esistito, non avrebbe funzionato e condizionato in alcuna maniera il mercato. Ambienti vicini a Confida dichiarano a Linkiesta che l’aumento generalizzato dei prezzi non c’è stato, che un caffè ai distributori costa oggi quanto costava dieci anni fa.

È sulla base di questi elementi che in molti si dicono già pronti a ricorrere al Tar e, se necessario, al Consiglio di Stato. Di dichiarazioni ufficiali non c’è ancora nulla, tutte le imprese stanno ancora preprando la strategia difensiva e non vogliono scoprire le carte, ma è probabile che i ricorsi allla giustizia amministrativa fioccheranno, almeno nel tentativo di ammorbidire l’importo della multa da 100 milioni di euro.

Una vicenda complessa che non si chiude con la maxi-sanzione dell’AGCM ma anzi proseguirà nei prossimi mesi. E ad avvocati e giudici amministrativi servirà ben più che una dose di caffè.