Non ProfitCon la riforma il terzo settore vuole diventare primo

La legge delega è stata approvata definitivamente. L’obiettivo è fare chiarezza in un settore confuso e frammentato con 64 miliardi di euro, 1 milione di addetti e 5 milioni di volontari. Tentando anche di aprirsi al mercato

Dalla periferia al centro. Almeno questo è il salto che sperano di fare le 300mila organizzazioni, associazioni, cooperative, onlus, fondazioni italiane dopo l’approvazione definitiva della legge delega per la riforma del terzo settore. Un universo di 1 milione di lavoratori, più 5 milioni di volontari, rimasti per molto tempo – come dice il nome stesso – all’ultimo posto del podio. Senza norme in grado di fare ordine da un lato, e altre che invece ne ingabbiavano il campo d’azione dall’altro.

Ora, dopo due anni di negoziati e compromessi, si è arrivati all’approvazione finale della legge delega che punta ad aprire il settore al mercato, oltre a fare chiarezza in un quadro molto opaco e frammentato. Anche se non sempre ci riesce, rimandando ai decreti attuativi alcuni degli aspetti centrali per il controllo di un comparto che più volte ha dato prova di non essere immune agli scandali. Perché quella del terzo settore è anche una macchina che macina parecchi soldi, con un valore economico di 64 miliardi di euro. E che proprio per questo fa gola a criminali di ogni tipo, come l’inchiesta sulle cooperative di Mafia Capitale dimostra.

La galassia disordinata del terzo settore

Secondo la nuova legge delega, nel calderone del terzo settore rientrano gli enti privati che si sono costituiti e operano, senza scopo di lucro, per finalità di solidarietà e nell’interesse generale. Restano fuori formazioni e associazioni politiche, sindacati, associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche. Rientrano invece le coop sociali, fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute (il 67% del totale), organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, imprese sociali ecc. Oltre alle nuove realtà che uniscono innovazione e impegno sociale: sono le cosiddette Siavs, startup innovative a vocazione sociale, l’ultima frontiera del non profit tech.

Le attività prevalenti sono quelle sportive, ricreative e culturali (65%). Oratori, campetti da calcio e pallavolo spopolano in tutta Italia. Mentre l’assistenza sociale e quella sanitaria valgono solo il 12 per cento

Secondo il censimento Istat sul terzo settore (relativo al 2011), in dieci anni gli enti non profit in Italia sono cresciuti del 28 per cento. Ben il 6,4% delle unità economiche attive nel nostro Paese appartiene alla sfera del non profit. Anche se la parte più “imprenditoriale”, quella con lavoratori alle dipendenze, ha registrato un aumento più contenuto, di circa il 9,5 per cento. In questo universo variegato, le attività prevalenti sono quelle sportive, ricreative e culturali (65%). Oratori, campetti da calcio e pallavolo spopolano in tutta Italia. Mentre l’assistenza sociale e quella sanitaria valgono solo il 12 per cento.

I lavoratori dipendenti nel settore sono 681mila, 270mila quelli esterni, 5mila quelli temporanei. In totale gli addetti sono circa un milione. Di cui soprattutto donne. Ma il settore conta anche sul contributo di 4,7 milioni di volontari. Di cui 950mila hanno meno di 29 anni. Il 20,5% di loro ha una laurea. E più della metà fa un altro lavoro, dedicando il tempo libero al volontariato.

Ma molti con il terzo settore ci vivono pure. Più di un quarto dei lavoratori retribuiti sono infermieri, ostetriche, educatori, assistenti sociali, mediatori culturali ecc. Professioni tecniche, in cui gli uomini sono la maggioranza. Seguiti da operatori socio-sanitari, assistenti domiciliari, operatori di ludoteca. E in questo caso sono le donne a prevalere. Le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione sono il 17,9 per cento, quelle non qualificate – come bidelli, portantini, addetti alle pulizie – rappresentano il 13,8 per cento. Dirigenti e imprenditori sono solo il 3,5 per cento. Soprattutto uomini.

Un universo variegato che, oltre a offrire lavoro a molti, ha anche un peso economico notevole. Anche se, contrariamente a quanto si pensa, dei 64 miliardi di entrate accumulate in poco più di dieci anni, solo nel 14% dei casi arrivano dal settore pubblico. Per l’86% i finanziamenti sono donazioni private. Ma anche nel sociale ci sono i giganti: l’82% delle entrate va nelle casse delle organizzazioni più grandi, quelle che hanno entrate superiori a 500mila euro, ovvero il 5% del totale.

Secondo il centro studi Euricse, specializzato in ricerche su cooperative e imprese sociali, il 91% degli enti non profit ha anche un’attività market, cioè ha delle entrate che arrivano non solo tramite le convenzioni con gli enti pubblici e le donazioni, ma anche tramite la vendita di beni e servizi. Quasi tutte le organizzazioni cercano quindi di aprirsi al mercato per finanziare, almeno in parte, le attività sociali. Il valore economico del solo lavoro volontario in Italia è stimato in almeno 20 miliardi di euro. Mentre il valore della produzione delle cooperative sociali è superiore ai 10 miliardi di euro.

Il valore economico del solo lavoro volontario in Italia è stimato in almeno 20 miliardi di euro. Mentre il valore della produzione delle cooperative sociali è superiore ai 10 miliardi di euro. Ben il 6,4% delle unità economiche attive nel nostro Paese appartiene alla sfera del non profit

Il tentativo di riordino della legge

Oltre alla rande novità del servizio civile universale aperto anche agli immigrati, l’obiettivo della legge delega ora è semplificare la normativa fiscale delle organizzazioni, agevolando le donazioni, con una regolazione più trasparente del cinque per mille e la creazione di un fondo nazionale di finanziamento presso il ministero del Lavoro da 17,3 milioni nel 2016 e 20 milioni di euro annui a partire dal 2017. Come ha spiegato il sottosegretario al Lavoro e Politiche sociali, Luigi Bobba, nella distribuzione dei finanziamenti pubblici saranno premiate le organizzazioni capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone. Quindi meno forma e più sostanza. Bisognerà capire però quali saranno i criteri di valutazione usati.

In cambio, alle associazioni viene chiesta più trasparenza nella rendicontazione. Con l’obiettivo declamato da tutti di evitare altri casi come quello di Mafia Capitale. La riorganizzazione del sistema di registrazione degli enti passerà dalla creazione di un registro unico del terzo settore presso il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, al posto dei 300 registri nazionali, regionali e provinciali che esistono oggi. Tutti gli enti che si avvalgono di fondi pubblici o privati raccolti attraverso pubbliche sottoscrizioni, e anche di fondi europei, saranno obbligati a iscriversi al registro. In più la legge vuole superare il sistema degli Osservatori nazionali per il volontariato e e passare all’istituzione del Consiglio nazionale del terzo settore, come organismo di consultazione a livello nazionale. È prevista anche la creazione della Fondazione Italia sociale, una fondazione di diritto privato con finalità e fondi pubblici pubblici che ha il compito di sostenere e organizzare iniziative filantropiche e di finanza sociale. È la cosiddetta “Iri del sociale” da affidare al consulente finanziario del premier Vincenzo Manes. Cosa che ha fatto insorgere il Movimento cinque stelle.

Alle associazioni viene chiesta più trasparenza nella rendicontazione. Con l’obiettivo declamato da tutti di evitare altri casi come quello di Mafia Capitale. La riorganizzazione del sistema di registrazione degli enti passerà dalla creazione di un registro unico del terzo settore presso il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, al posto dei 300 registri nazionali, regionali e provinciali che esistono oggi

E le imprese sociali?

La riforma del terzo settore si è impantanata a lungo attorno a un tema controverso, cioè il ruolo dell’impresa sociale. Un tema che ha diviso chi voleva aprire il welfare a una dimensione di mercato e chi invece si rifiutava. La formula delle imprese sociali, quella prevista da una legge del 2006, in Italia non è mai decollata. Al contrario delle cooperative sociali, che oggi invece hanno circa 400mila addetti in tutta Italia (fonte Euricse), offrendo servizi che vanno dai centri per disabili ai nidi, dall’accoglienza dei migranti alle case di riposo per gli anziani.

La nuova legge ora ridefinisce le imprese sociali come organizzazioni che devono perseguire finalità sociali all’interno di settori di attività di interesse generale destinando i propri utili prioritariamente al conseguimento dell’oggetto sociale e la parte restante alla remunerazione del capitale investito. Si apre così all’intervento di nuovi investimenti privati in sanità, istruzione, integrazione. Le nuove imprese sociali potranno assumere, occuparsi di beni pubblici e fare progetti comuni con la pubblica amministrazione. È quello che viene chiamato social business, che fa storcere il naso a molti.

Bisogna capire però, se l’obiettivo è evitare altre “Mafia Capitale”, come in questa nuova apertura avverrà il monitoraggio delle diverse forme e organizzazioni del terzo settore, e quali saranno i benefici e gli sconti fiscali che avranno per agire. Tutto è nelle mani dei decreti attuativi. Che ora tutti sperano di non dover attendere per molto. Perché alla cornice della legge manca ancora molta sostanza. Cosa di non poco conto, se il terzo settore vuole uscire dalla periferia poco trasparente in cui è rimasto impantanato per anni.

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