Pizza ConnectionDecreto missioni, un miliardo per andare alla guerra

Degli 1,2 miliardi in gioco solo 90 milioni andranno a progetti di cooperazione per lo sviluppo. Tanti denari e tante ombre per il nuovo decreto missioni in arrivo in parlamento nelle prossime settimane

1.296.554.915 di euro e si continua ad andare alla guerra. Di questi miliardi solo 90 sono i milioni dedicati alla cooperazione, allo sviluppo e al sostegno ai processi di ricostruzione. Sono i numeri del decreto missioni, il documento che ogni anno rinnova gli impegni economici dello Stato sui teatri militari nel mondo. Dai vicini Albania e Kosovo ai territori su cui si combatto l’autoproclamato stato islamico, passando per le missioni Ue contro il traffico di essere umani fino al Giubileo: 1,2 miliardi che il governo ha intenzione di destinare per il 2016 alle missioni militari all’estero.

Il numero non si discosta dal contenuto del decreto dello scorso anno, mentre risulta in calo di 16 milioni la somma destinata alla cooperazione civile in quelle stesse aree già martoriate dai conflitti. Il decreto, già pubblicato in Gazzetta Ufficiale si trova ora al vaglio delle Commissioni Affari Esteri e Difesa del Senato, dove ha ricevuto la benedizione dei ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti, oltre a quella della Ragioneria Generale dello Stato, che ha approvato il piano di spesa.

Sul piano dei numeri saltano subito all’occhio i 236,4 milioni per “la proroga della partecipazione di personale militare alle attività della Coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh”. In soldoni la guerra all’Isis con una dotazione di 978 uomini. 155 milioni finiscono nella proroga della missione Unifil delle Nazioni Unite in Libano. Circa 70 milioni andranno invece per il finanziamento della missione anti trafficanti dell’UE EuNavForMed, mentre poco più di 90 milioni e 753 uomini al potenziamento del dispositivo aeronavale nel mediterraneo centrale.

C’è pure il Giubileo. Per l’anno santo gli oneri a carico dello Stato italiano per dirottare sul Vaticano e dintorni qualcosa come 1500 uomini delle Forze Armate sono stati di 14,1 milioni di euro. Sempre sul territorio nazionale 750 unità sono state dirottate fuori sede per la vigilanza a siti e obiettivi sensibili in seguito agli attacchi terroristici avvenuti nel 2015. Uno spostamento di risorse che è costato 9 milioni di euro.

Sono 45 in tutto le missioni in cui i contingenti italiani sono impegnati nel panorama mondiale. Tra queste anche la proroga, l’ennesima, dell’impegno militare in Afghanistan: un intervento da 120 milioni di euro per una missione che avrebbe dovuto chiudersi nel 2014. Una parte di questo gruzzolo andrebbe alle forze di sicurezza di Kabul, fra cui, denuncia Archivio Disarmo, «la Polizia nazionale afghana che da più di 5 anni viene messa nella “lista nera” dal segretario Generale ONU nel suo rapporto su chi arruola ed utilizza i bambini-soldato, crimine condannato dal diritto internazionale». In quindici anni la presenza militare non ha reintrodotto i diritti umani: “A settembre – ha scritto Amnesty International nel suo ultimo rapporto – il New York Times ha riferito che l’esercito statunitense aveva ignorato le denunce presentate dal suo personale, relative ad abusi sessuali su giovani ragazzi, compiuti nelle sue basi da comandanti dell’ALP (la polizia locale afghana, ndr)”.

Non solo però contingenti di militari, perché ad arrivare come aiuti militari sono anche pezzi di ricambio, mezzi di terra, elicotteri e in parte armi. Per esempio alla Repubblica del Gibuti verranno ceduti quattro mezzi di terra VBL Puma 4×4, all’Iraq equipaggiamenti di protezioni per attacco chimico, batteriologico, radiologico e nucleare. In Albania arriveranno invece parti di ricambio per il mezzo VM 90P, mentre all’Egitto arriverà materiale di ricambio per i velivoli F-16. Affari che nonostante il caso Regeni non si fermano. In Uganda invece arriveranno tre elicotteri A109 modello AII marchiati Agusta Westland. Per non parlare dei 610 mila euro di materiale che arriverà ancora in Gibuti tra granate, spolette e cariche, gentilmente offerte dall’Italia.

Un decreto che arriva a quattro mesi dalla scadenza del decreto 2015, il che significa che le missioni internazionali in cui l’Italia è protagonista sono rimaste per 160 giorni senza coperture giuridiche e finanziarie. Allo stesso modo nel decreto viene per sommi capi illustrata la dotazione finanziaria per ogni singola missione, alcune delle quali sono ormai di durata decennale e nulla viene rendicontato riguardo lo stato di avanzamento delle missioni stesse.

Saranno invece 125 le iniziative di cooperazione “volte a migliorare le condizioni di vita della popolazione e dei rifugiati e a sostenere la ricostruzione civile in favore di Afghanistan, Afghanistan, Burkina Faso, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Iraq, Libia, Mali, Niger, Myanmar, Pakistan, Palestina, Siria, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Yemen. Un conto da 90 milioni a cui si aggiungono gli 1,7 milioni dei programmi di sminamento che impallidiscono davanti al miliardo delle missioni militari.

Il decreto una volta uscito dalla commissione sarà al vaglio del parlamento che avrà il compito di convertirlo in legge. Uno spazio di «ridotto dibattito parlamentare», sottolineano da Archivio Disarmo, tanto più se si tiene conto anche dei quattro mesi di scopertura delle missioni per cui si rende necessaria la ormai consueta decretazione d’urgenza.«Si ha la sensazione – scrivono – di una scarsa attenzione alle conseguenze di tali iniziative, nonché alle connesse vendite di armamenti».

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