TaccolaEffetto Expo: anche Curiel va ai cinesi

La casa di alta moda milanese è stata comprata dalla RedStone di mr. Zhao. Sarà gestita da cinque manager di Hong Kong, dove sarà trasferito l’archivio storico. Se ne va un altro pezzo di moda italiana e di memoria di Milano. Ma ci sono ottime notizie sulla prossima diffusione del marchio nel mondo

Da corso Matteotti a Hong Kong. Curiel, firma dell’alta moda milanese, ha fatto la sua scelta. Con un accordo appena annunciato, i suoi marchi e il suo archivio storico passeranno sotto il controllo di una nuova società, con sede a Hong Kong e controllata con un ampio pacchetto di maggioranza (la quota è ancora oggetto di contrattazione) dalla società cinese RedStone Group. Il rimanente rimarrà alla famiglia Curiel, che è arrivata alla quarta generazione di stilisti-sarti-imprenditori. Non è certo il primo nome, tra gli stilisti italiani, a passare in mano straniera. Anzi, è molto più corta la lista di quelli rimasti di proprietà delle famiglie originarie. E, d’altra parte, è di queste ore la corsa di Inter e Milan a vendere ai cinesi.

Ma basta un salto nella sede storica di corso Matteotti, a pochi passi da piazza San Babila, per rendersi conto del salto culturale che ha comportato questa scelta. Niente flagship store, niente showroom aperti sulla strada del Quadrilatero della moda. La sede di Curiel è al secondo piano di un palazzo, ed è un appartamento. Entrarci significa fare un salto nel tempo nella moda italiana, prima dell’esplosione del prêt-à-porter su scala globale di marchi come Valentino o Versace. C’è una sala per l’accoglienza, una per l’alta moda, una per il prêt-à-porter, una per il laboratorio delle sarte: quattro signore di lunga esperienza, più un sarto. Nessun rumore di macchina da cucire, solo ricami a mano. Sulle pareti ci sono file di busti, molti hanno un cartellino con un nome: sono le riproduzioni delle forme di vere signore. Quelle che da decenni salgono nell’appartamento a provare gli abiti da indossare alla prima della Scala e che negli anni sono diventate inglesi, americane, asiatiche. In un appartamento affianco e senza luce c’è l’archivio, dove si trovano decine di esemplari di quegli abiti storici, destinati a finire in un museo. Così come si trovano i cartamodelli dei decenni passati, da cui si partiva per realizzare i vestiti. Su un cartellino si legge “YSL, modellista”. Finiranno tutti a Hong Kong. Anzi, hanno avuto un ruolo decisivo per far decidere alla RedStone e al suo fondatore, il signor Zhao, che l’azienda avesse un‘eredità da far fruttare nel mondo.

Nella sala dell’haute couture Gaetano Castellini Curiel mostra un abito verde, con dei ricami che riproducono delle foglie allungate. «Per questo servono un paio d’ore per il confezionamento e poi diversi giorni per i ricami a mano», spiega. È figlio di Raffaella Curiel, che è stata la continuatrice della fortuna della casa, Ambrogino d’oro e Cavaliere di Gran Croce. È fratello di Gigliola Curiel, che cura le collezioni di prêt-à-porter. E pronipote della prima fondatrice di una casa fatta tutta di donne stiliste. Tutto era iniziato a Trieste nell’Ottocento: prima con la sartoria di Ortensia Curiel, poi con la nipote Gigliola, che spostò la sede a Milano nel 1945. Lui, invece, è l’uomo dell’operazione-Cina.

Classe 1969, è un uomo di relazioni, soprattutto internazionali. Sotto la giunta Albertini accompagnò il sindaco in viaggi dal sapore politico, dalla Palestina all’Afghanistan. Con la Moratti l’incarico più importante della vita: presentare in giro per il mondo la candidatura dell’Expo di Milano. Ottanta Paesi in un anno, in un tour de force di presentazioni e di gestione delle richieste, dalla Cina al Suriname (il tutto è raccontato nel libro La Candidatura, edizioni Indiana). Da quando a Palazzo Marino c’è la giunta Pisapia, è tornato a occuparsi di relazioni istituzionali a livello privato. «A un certo punto ho capito che dovevo aiutare l’azienda di famiglia», dice. Dove i problemi si chiamano soprattutto ricambio generazionale e necessità di crescere. Che si potesse farlo guardando all’estero è stato chiaro da molti anni. Lo zio di Gaetano Castellini Curiel si chiamava Vincenzo Maranghi. Era il delfino di Enrico Cuccia a Mediobanca e gli succedette come amministratore delegato a partire dal 1988 e fino al 2003. «Ricordo che dopo un incontro per la vendita di Pucci a Lvmh (era il1999, ndr), Maranghi, mio zio, ci consiglio di valutare una vendita dell’azienda a una società straniera».

Negli ultimi anni i tentativi di abboccamento sono stati molti: dal Qatar (dove dal 2012 il fondo Mayhoola for Investments controlla la casa di moda Valentino) alla Malesia. Le eccezioni dei possibili acquirenti erano due: il marchio rimaneva troppo piccolo e le dimensioni erano stabili da circa dieci anni. Nel 2015 i ricavi sono stati di 1,3 milioni di euro, contro gli 1,4 del 2014; c’è stata una perdita di 90mila euro, contro un utile di 100mila euro nel 2014.

Alla fine l’incontro perfetto è stato con mr. Zhao, un ex giornalista e fotografo che cominciò la sua avventura imprenditoriale portando in Cina la commercializzazione di marchi di moda italiana: Ferragamo e Valentino, oltre al francese Saint Laurent. «Le condizioni sono state soddisfacenti – dice Gaetano Castellini -, il multiplo rispetto all’Ebitda è in linea con il settore della moda». La newco, che si chiamerà Curiel Ltd, sarà gestita a Hong Kong da cinque manager, tutti giovani e con esperienza in università internazionali. La produzione rimarrà in Italia, a Milano, anche se non è ancora stato presentato un piano industriale che chiarisca le prospettive di lavoro nel nostro Paese.

La traiettoria è comunque di una strategia di crescita internazionale, su una scala fin qui inedita. Quello che è stato annunciato è che ci saranno degli atelier, superando quindi il modello di presentazioni delle collezioni in eventi a inviti in hotel italiani e internazionali. Il primo sarà a Milano, in via Montenapoleone (quattro piani al numero 15), con l’obiettivo di rendere visibile il marchio ai turisti cinesi che passano dal Quadrilatero della moda. Poi sarà la volta di Shanghai, New York, Parigi e Londra. Non solo: altri dieci potrebbero essere aperti nel 2017 e ulteriori dieci l’anno successivo. Gli investimenti previsti, riporta Il Giornale, sarebbero tra i 5 e i 10 milioni di euro l’anno. Ci sarà poi l’e-commerce che, come ha spiegato una recente analisi della Fondazione Italia Cina, non solo è in crescita vertiginosa in Cina, ma è una condizione imprenscindibile per un marchio che voglia essere considerato credibile sul mercato. Saranno tre le linee di sviluppo: l’haute couture, che vedrà Raffaella Curiel come direttore artistico (da consulente). La demi couture. Il prêt-à-porter, che sarà destinato a crescere e che vedrà come curatrice-consulente Gigliola Curiel. E una nuova linea bambini, segmento particolarmente effervescente nel gigante asiatico. «L’idea di Zhao è di associare il marchio alla “sera”», racconta Gaetano Castellini Curiel. I precedenti di Zhao sono interessanti: dieci anni fa acquisì la firma di “Giada”, che da marchio di nicchia conta oggi 62 punti vendita nel mondo.