Elogio di Mastella, o del feudalesimo trionfante

Risorto nella sua ultima (dice lui) missione politica, guadagna il ballottaggio per la poltrona di sindaco di Benevento. In testa, se la gioca ancora: ritratto di un leader che deve tutto al suo territorio

Aggiornamento al 20 giugno 2016: Alla fine ce l’ha fatta. Con un punteggio maestoso – 62,8% – Clemente Mastella ha raggiunto la poltrona di sindaco di Benevento. Ha umiliato il Pd uscente e si è ripreso ciò che era suo. Ora, auto-proclamatosi unico vero argine al grillismo, manda consigli a Renzi (togliere, ad esempio, il doppio turno), ignora il crollo della partecipazione alle urne (dal 78,53% si è scesi 58,71%), non proprio un segno di affetto, e si prepara a quello che, nelle sue parole, sarà l’ultimo incarico della sua vita politica. Ma di Clemente, la storia insegna, sarà difficile liberarsi.

La spunta ancora lui. Clemente Mastella, l’ex ministro della Giustizia, l’ex leader dell’Udeur, ma attuale candidato alla poltrona di sindaco di Benevento, ha raggiunto il ballottaggio. Anzi, è in testa: «I pronostici mi davano terzo», commenta. E invece ha ben il 33,7% contro il 33,3% del suo avversario, l’ex vicesindaco Pd Raffaele Del Vecchio. Certo, se si guarda ai numeri il distacco è solo di 160 voti. Ma lui è di ottimo umore: Benevento sarebbe il coronamento di tutta una carriera. «Io chiudo qua la mia storia politica e umana», aveva detto all’evento di fine campagna elettorale, il Clementeventum, al teatro Massimo. Ci sta provando.

La storia politica e umana di Mastella, del resto, dipende tutta dal legame con il mondo del Sannio, in particolare con Ceppaloni, il paesino della provincia dove è nato e dove vive insieme alla moglie e collega Sandra Lonardo (anche lei ceppalonese ma con un’adolescenza passata a Long Island). Qui ha le sue radici, le sue speranze e i suoi orizzonti. Oltre a una villa maestosa con tanto di piscina a forma di conchiglia (per i malevoli, a forma di cozza) e una rete di relazioni fittissima.

Ceppaloni è il suo feudo. Parola medievale che traduce la prassi, tutta da prima repubblica, di creare una rete di rapporti di fedeltà indissolubili. Dall’alto si distribuiscono prebende sotto forma di posti di lavoro, di finanziamenti, di aiuti. E, in cambio, la contropartita elettorale. «Gestivo il potere, ma non l’ho mai occupato», dirà, sempre al teatro Massimo.

Il potere invece, dal canto suo, un’occupazione gliela ha sempre data. Fin dal 1976, quando – come si racconta qui – appena entrato da giornalista in Rai in quota Dc (grazie a una raccomandazione del suo mentore, Ciriaco De Mita) organizzò i centralini dell’azienda manu militari per tempestare di chiamate gli abitanti dei comuni del suo collegio e convincerli a votare il giovane Mastella, cioè se stesso. Funzionò: fu eletto alla Camera nel 1976, e poi di seguito nel 1979, nel 1983, nel 1987, nel 1992 con la Democrazia Cristiana. Ci torna nel 1994 con il Ccd a sostegno di Forza Italia, poi nel 1996 e nel 2001. Fa anche in tempo a passare al governo, come sottosegretario con Andreotti e poi come ministro, sia con Berlusconi che con Prodi. Dimostra una grande abilità nel cambiare coalizione, nel fondare partiti(ni) e poi mercanteggiare, tra centrodestra e centrosinistra, il suo tesoretto di voti. Il suo feudo appunto, per il miglior offerente.

Nel 2005, grazie all’Udeur, altra sua creazione, riesce a mandare la moglie alla guida della Regione Campania (coalizione centrosinistra). Lui, l’anno dopo, va al Senato con l’Unione di Prodi, dopo aver partecipato (arrivando terzo) alle primarie del centrosinistra, che poi definì «un gioco fasullo». La polemica non gli impedì di partecipare alla maggioranza, ottenere un ministero, far passare la legge sull’indulto e poi, nel 2008, a causa di un’indagine per concussione, falso e concorso esterno in associazione per delinquere che riguardava lui e sua moglie, far cadere lo stesso governo. Nota: dopo otto anni, il processo non è ancora cominciato. Nell’attesa, è diventato sindaco della stessa Ceppaloni, europarlamentare con il Pdl, e candidato in varie avventure tutte finite male: prima la corsa al Comune di Napoli, dove viene sconfitto dall’arcinemico ex magistrato Luigi De Magistris, che anni prima lo aveva inserito tra gli indagati nell’inchiesta Why Not (posizione poi archiviata); poi le disastrose Regionali campane nel 2015, stavolta con Popolari per il Sud, correndo insieme al centrodestra e nel sogno di un grande partito meridionale. Che non c’è.

Ceppaloni, in tutti questi anni, è stata sempre con lui. Del resto fu grazie al “Clem” che, per qualche ora, il paesino divenne centro del mondo. Nel 2006 quasi tutto il governo scese al piccolo centro sannita in occasione delle nozze del giovane Pellegrino Mastella, il figlio, con Alessia Camilleri (il cui padre finirà indagato insieme a Sandra Lonardo nel 2008). C’erano tutti: D’Alema, Prodi, Parisi. In elicottero è sceso Diego Della Valle. In chiesa cantava Katia Ricciarelli, al pranzo Claudio Baglioni. Non è mancato, tra i 600 invitati, nemmeno Corrado Ferlaino. «Voi avete fatto un miracolo», dirà il prete. Mastella si commosse.

Altri tempi, ma non altri modi. Lui del resto è finito al centro di una tesi di laurea dedicata al clientelismo, che interpreta come “constituency service”, cioè un meccanismo all’americana in cui il politico (cioè Mastella) orienta le sue scelte e la sua influenza nelle istituzioni per mantenere viva e funzionante la sua macchina politica. Uno spazio di consenso costruito per anni e anni secondo i precetti democristiani. Un metodo, insomma, che ancora oggi dà i suoi frutti.

Per Benevento 2016 l’ex ministro ha fatto come è abituato a fare, cioè ha messo in moto una campagna elettorale “vecchio stile”, condotta casa per casa, a stringere mani e fare promesse. Poi, alla fine, ha allestito un grande evento con grandi ospiti e vecchi amici, il “Clementeventum”, appunto.

Come racconta bene il Quaderno, c ’erano Diego Della Valle, che ha promesso di investire nel Sannio, «a prescindere dal risultato». C’era Carlo Rossella, in rappresentanza del mondo longobardo del nord, cioè Pavia (Benevento è e si considera città longobarda del sud), che applaude Mastella perché è «l’unico che usa la parola “meridione”, che la classe politica del sud ha dimenticato»: per lui Clemente è «come Giovanni Battista, che predicava nel deserto del dopo alluvione». E infine c’era lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni, che voleva tanto essere di Benevento «per votare Mastella». Segue standing ovation con applausi. Poi, alle urne, il dono del ballottaggio.

Funziona così, ogni volta. «È la risposta degli elettori quando hanno un punto di riferimento», spiega a Linkiesta. La sua formula è tradizionale, ma sa «vincere anche contro l’anti-politica: quello che offro io è politica per i cittadini. Quando c’è la politica nessuno sceglie la protesta. C’entrano come la balena con l’elefante». Perché lui lo sa: il territorio, quando è ben coltivato, premia sempre.

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