Pizza ConnectionPrevidenza dei giornalisti: conti in bilico, “finanza creativa”, e politica

La Corte dei Conti sottolinea come le dismissioni immobiliari abbiano fino a oggi tenuto a galla i conti, ma non può durare in eterno. Intanto tra fondi e investimenti di dubbio valore si va in tribunale

Più chiari di così si muore. E non è un modo dire. Quelli dell’Inpgi, l’Istituto Nazionale per la Previdenza dei Giornalisti Italiani, sono «dati molto preoccupanti» considerato che «Il bilancio tecnico acquisito dall’Istituto nel maggio 2016 espone una situazione, a giudizio dello stesso attuario, di non solvibilità della gestione, con un patrimonio che si azzera nel 2030 e torna ad essere positivo solo dal 2060». A metterlo nero su bianco è la Corte dei Conti nella determinazione del 14 giugno scorso e pubblica pochi giorni fa.

I magistrati contabili prendendo atto della situazione e mettendola in prospettiva rilevano come il momento «impone agli organi di amministrazione dell’Inpgi di porre responsabilmente in essere ulteriori, severi interventi per rimediare ad una situazione, altrimenti, in modo serio compromessa». La questione sembra interessare la cerchia ristretta dei giornalisti, ma dietro l’Inpgi in questi anni si sono mossi anche altri interessi che con la professione giornalistica poco hanno avuto a che fare, a partire dalla gestione del patrimonio immobiliare in mano all’Ente.

LA RELAZIONE DELLA CORTE DEI CONTI

Da un lato, fa notare la stessa Corte dei Conti, pesa lo stato di crisi occupazione del settore dell’editoria che ha portato a una emorragia di posti di lavoro che non accenna a rallentare, e che nel 2015 ha visto una ulteriore discesa del 5,8%. A salire è invece la spesa per le prestazioni pensionistiche (+ 3,8% rispetto al 2014, ma pari al + 38% nel periodo 2008-2015), con un saldo finale tra contributi e prestazioni in negativo per circa 112 milioni di euro, senza contare che una buona fetta di aumento della spesa previdenziale si trova alle voci ammortizzatori sociali tra contratti di solidarietà, esodi incentivati e prepensionamenti. Insomma, il quadro è fosco.

Il momento «impone agli organi di amministrazione dell’Inpgi di porre responsabilmente in essere ulteriori, severi interventi per rimediare ad una situazione, altrimenti, in modo serio compromessa»

Dall’altra parte invece, non bastasse, c’è la parte riguardante la gestione finanziaria e immobiliare dell’ente, un capitolo su cui i magistrati contabili mettono un accento non trascurabile. Qui tra dismissioni del patrimonio immobiliare per far quadrare i conti e investimenti in fondi si è anche arrivati in tribunale.

Un modo di portare in equilibrio il bilancio, quello delle dismissioni, che non può durare in eterno. «I proventi straordinari da plusvalenze – scrivono i magistrati contabili – potrebbero contribuire per un numero sempre più limitato di anni all’equilibrio della gestione». D’altronde i valori immobiliari in pancia all’Istituto nel giro di due anni si sono più che dimezzati, passando da 696 milioni a poco più di 308 milioni. «L’equilibrio di bilancio dell’Istituto» che, scrive la Corte «è da ricondurre ai proventi derivanti dal percorso di dismissione del patrimonio immobiliare» difficilmente nei prossimi anni sarà ancora raggiungibile.

Un bubbone che è iniziato a esplodere con il caso della bancarotta della holding Sopaf della famiglia Magnoni, che ha portato a contestare le accuse di truffa e corruzione per tredici persone, tra cui l’ex presidente dell’Inpgi Andrea Camporese. Il Crac che ha coinvolto anche la cassa previdenziale dei medici e degli odontoiatri, l’Enpam, e la Cassa dei ragionieri. Camporese si difende dicendo che «oggetto dell’indagine per la quale sono accusato di truffa ai danni di Inpgi, ha generato in sei anni una plusvalenza di circa 15 milioni di euro superando il 50% di rendimento complessivo e attestandosi tra i migliori investimenti realizzati nei decenni».

L’equilibrio di bilancio dell’Istituto» che, scrive la Corte «è da ricondurre ai proventi derivanti dal percorso di dismissione del patrimonio immobiliare» difficilmente nei prossimi anni sarà ancora raggiungibile

IL GIGLIO MAGICO ALL’INPGI

Il processo in corso a Milano stabilirà le responsabilità. Sul banco degli imputati si trova anche Andrea Toschi, fratello minore di Giorgio, comandante generale della Guardia di Finanza e fortemente sponsorizzato da Matteo Renzi. Toschi Junior è centrale nella vicenda perché è a capo della società di gestione del risparmio Adenium, attiva nei rapporti con le casse previdenziali e costituita proprio da Sopaf nel 2008. La società amministra il Fondo Global Private Equity Fund partecipato da Inpgi e Cassa nazionale dei Ragionieri. Nel febbraio 2013 Adenium finisce in concordato e subentra la società di gestione di risparmio Wise.

Lo scorso anno tramite alcuni esposti inviati a magistratura, ministeri, Consob, Bankitalia, Covip e autorità anticorruzione, il consigliere dell’Inpgi e caposervizio de Il Sole 24 Ore, Nicola Borzi, ha sollevato il problema delle valutazione degli immobili e sui fondi private equity dell’Inpgi. Sotto accusa la scarsa trasparenza dell’ente sulle valutazioni immobiliari dei conferimenti al fondo Immobiliare Amendola, e le operazioni con i fondi, in particolare con InvestiRe della famiglia Nattino e con Wise che gestisce il fondo partecipato da Inpgi e Cassa Nazionale Ragionieri. Scelta quella di Wise, lamenta il consigliere dell’Inpgi, per cui «non è stata esperita nessuna procedura di gara». A prendere contatti con Wise, si legge in un documento allegato all’esposto, sono non meglio precisati «esponenti dell’Inpgi».

Nella ricostruzione di Borzi si legge di una serie di investimenti tutt’altro che volti al benessere delle casse dell’ente previdenziale. Fanno capolino nomi, operazioni e fondi lussemburghesi, dove finiscono pure «11 milioni di contributi previdenziali dei giornalisti italiani impiegati per costruire outlet di lusso in Cina». Milioni che, si legge in uno degli esposti «sono stati investiti in un fondo di private equity (uno strumento di raccolta del risparmio che investe in azioni di società non quotate) che (a sua volta) investe in una società anonima lussemburghese – China Designer Outlet Mall, Cdom – che (a sua volta) investe in una società di Singapore (Silk Road Holdings) che (a sua volta) amministra outlet di lusso in Cina, come il Florentia Village Jingjin Luxury Outlet Mall».

Gira che ti rigira si finisce a Firenze e di nuovo alla Sopaf. Il primo investitore, che al 22 settembre 2014 deteneva il 63,8% circa di China Designer Outlet Mall – si legge negli esposti, «è una srl di Firenze, JM Investments SrL. Questa all’epoca era interamente controllata dal dottor Jacopo Mazzei». Lo stesso Jacopo Mazzei che siede nel Consiglio di Amministrazione di Toscana Aeroporti (presieduto dal Richelieu di Matteo Renzi, Marco Carrai) e che è stato presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Dall’aprile 2013 è consigliere di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e, scrive Borzi, «secondo la banca dati finanziaria del Lussemburgo, dal 9 settembre 2014 è amministratore e dirigente di China Deisgner Outlet Mall per le azioni di Classe A».

Il cerchio inizia a chiudersi, perché nella società anonima lussemburghese tra gli investitori figurava anche Niccolò Magnoni, mentre Alberto Ciaperoni che di Sopaf è stato direttore finanziario e anche lui a giudizio, figurava tra gli amministratori. Qui entra in gioco Wise che per la gestione operativa del fondo partecipato dalla cassa giornalisti e da quella ragionieri chiama Alessandro Potestà, senior advisor in DVR Capital dal 2011. «Ma chi c’è in DVR Capital?», si domanda Borzi nell’esposto. C’è Giuseppe Daveri, che prima di entrare nel Cda di DVR è stato per 28 anni in Sopaf, di cui è stato amministratore delegato.

Intanto a Milano prosegue il processo su Sopaf. Toschi Jr è accusato dai magistrati di aver sfruttato “la propria rete di relazioni esterne per agevolare la realizzazione di operazioni illecite e conseguire i relativi guadagni”, nella cornice più ampia gli imputati “si associavano tra loro allo scopo di commettere più delitti di bancarotta fraudolenta, truffa aggravata, appropriazione indebita, frode fiscale, trasferimento fraudolento di valori finalizzato ad agevolarne il riciclaggio”.

Una posizione complicata anche in virtù delle rassicurazioni che Andrea Toschi, come rivelato dal Fatto Quotidiano, andava dando ai fratelli Magnoni riguardo la presenza del fratello in posti chiave della Guardia di Finanza. Un’abitudine di cui sarebbe stato informato anche il Quirinale nei giorni tesi delle nomine al comparto sicurezza, ma su cui alla fine Sergio Mattarella ha preferito cedere ai desiderata di Matteo Renzi, grande sponsor di Giorgio Toschi ai vertici delle Fiamme Gialle.