Strage di Orlando, non confondiamo terrorismo e pazzia

Le motivazioni politiche e "culturali" dell'eccidio al Pulse hanno il loro peso. Ma non sono sufficienti per parlare di terrorismo islamico, anzi

Gli ingredienti per farne un caso politico generale ci sono tutti. Primo: le armi in libera vendita negli Usa, che hanno causato tragedie su tragedie e polemiche su polemiche. Secondo: la questione gay, la libera espressione della sessualità che in Occidente ormai è quasi ovunque tratto distintivo dell’identità plurale, e altrove rimane un punto di doloroso conflitto. Terzo: la questione terrorismo islamico, che da almeno un quindicennio ci ha consegnato tutti a una diffusa insecuiritas non solo geopolitica, ma anche sociale, psicologica ed esistenziale.

La strage di Orlando è tutte queste cose assieme: il perfetto shock emotivo (i 50 morti, i feriti, la narrazione dis-intermediata via sms e social della strage nel suo farsi) che mette in moto la tempesta perfetta dei significati politici, simbolici e sociali.
Tutto vero e tutto legittimo. Ma un minimo di lavorio critico sulla realtà ci impone di fare un passo indietro.

Rimane il sospetto (da utilizzare se non altro come strumento e ipotesi critica) che anche senza omofobia o islamismo, o con la migliore profilassi culturale, il disturbato, lo psico/sociopatico, quello che una volta si sarebbe chiamato senza mezzi termini il pazzo, avrebbe agito lo stesso

E di considerare che il gesto di Omar Seddique Mateen è innanzitutto il gesto di un uomo isolato. Il più grande massacro con armi da fuoco della storia Usa è stato deciso e realizzato in solitudine. Da un uomo mentalmente non stabile, con seri problemi di adattamento e una storia personale fatta di paranoia, controllo ossessivo nei confronti della moglie (da cui ha divorziato nel 2011) e fascinazione per il terrorismo islamico, più come strumento di auto-identificazione che altro, però: a quanto pare Mateen non aveva mai partecipato in modo fattivo a organizzazioni terroristiche, anche se l’Isis si è affrettata a mettere il cappello sulla strage.

Mateen era progioniero dall’omofobia e da un islamismo brutalmente identitario, certo. Come Dylann Roof il ventunenne autore del massacro nella chiesa di Charleston di un anno fa era ossessionato dalla società multirazziale. Come Robert Lewis Dear, l’autore dell’eccidio nella clinica di Colorado Springs dello scorso novembre , era un fondamentalista cristiano legato al Ku Klux Klan. Come Chris Harper Mercer, l’autore della strage di Roseburg dello scorso ottobre era vittima di non si sa bene quali ossessioni. E si potrebbe continuare a lungo col catalogo delle stragi e delle paranoie. Ma rimane il fatto che gli episodi a cui facciamo riferimento si giocano in una dimensione chiusa nella soggettività di chi le compie. Che quasi sempre sono fatti su cui la psicopatologia ha parecchio da dire, la sociologia qualcosa, la politica, oggettivamente, poco.

Ora, siamo tutti d’accordo sul fatto che fondamentalismo religioso, omofobia, razzismo, siano brodi di coltura sbagliati. Ma rimane il sospetto (da utilizzare se non altro come strumento e ipotesi critica) che anche senza quei riferimenti, o con la migliore profilassi culturale, il disturbato, lo psico/sociopatico, quello che una volta si sarebbe chiamato senza mezzi termini il pazzo avrebbe agito lo stesso. Magari con altri pretesti. E sotto questa luce gli ingredienti del caso “politico” vengono meno. Se mai rimane in piedi il problema della libertà di acquistare armi da fuoco in Usa. E in questo caso più che di attacco alla libertà occidentale, siamo nell’ambito della psicopatologia della libertà occidentale.

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