IntervistaStrage di Orlando: “Un lupo solitario folle che ha trovato un alibi nell’Isis”

Parla lo psicologo e criminologo Ruben De Luca: “Il killer di Orlando non era organico al Califfato. Ha preso ispirazione dall’Isis per ammantare il suo disagio con un ideale elevato”

Ventinove anni, guardia giurata, americano di origini afgane. Di Omar Seddique Mateen, il killer della sparatoria al night club Pulse di Orlando, si sa che era una delle cento persone sospettate dal Fbi di essere simpatizzanti dell’Isis. Nonostante questo, lavorava in una società di sicurezza privata e aveva il porto d’armi. Ma si sa anche che nel 2009 si era sposato con una ragazza del New Jersey, dalla quale aveva divorziato due anni dopo. È stata proprio l’ex moglie a raccontare al Washington Post che il marito la picchiava e che era una persona chiusa, «mentalmente instabile e malata». E soprattutto che era poco religioso, cosa che anche chi lo conosceva conferma. Il padre di Omar, a sua volta simpatizzante dei talebani, ha subito detto che «tutto questo non ha niente a che fare con la religione». Il figlio «era rimasto scioccato quando aveva visto due uomini baciarsi a Miami».

Eppure, asserragliato nel night club, il killer ha telefonato al 911 dichiarando la sua fedeltà all’Isis. Il Califfato non si è fatto aspettare, e ha rivendicato subito l’attentato, mettendo il suo “brand” sulla strage. Ma Omar Seddique Mateen era davvero un esponente dello Stato islamico? O si tratta di un folle isolato che ha dato vita a una strage? «È ancora un po’ presto per dirlo», spiega lo psicologo, criminologo e scrittore Ruben De Luca. «Ci sono entrambe le cose. Quello che è successo rivela il disagio di una persona isolata e con una scarsa personalità, che ha cercato un’identità esterna estrema per sostituire la propria stessa personalità. Finché non ha avuto più voglia di vivere e ha ricercato la morte, provocando una strage».

Ma quanto l’ideologia del terrorismo islamico può influire nell’innescare un atto del genere?
Questi sono casi limite in cui convivono l’aspetto psicopatologico e quello ideologico. A quanto pare questo soggetto non faceva parte dell’Isis, ha fatto tutto da solo e non era coordinato da un’organizzazione. Il nuovo terrorismo è ormai molto fluido. Si tratta per lo più di individui isolati, affetti già una patologia di base, che viene così ammantata da un ideale elevato. L’Isis, tramite la sua propaganda, dà la possibilità di condire questa follia con un ideale superiore.

L’estremismo islamico, quindi, diventa un alibi. C’è una sorta di affiliazione fai-da-te, come i due coniugi autori della strage di San Bernardino.
È così. Questi soggetti non ricevono l’incarico da nessuno. Sono lupi solitari affetti da disagi e patologie che esploderebbero comunque, con o senza l’Isis. Non sono organici del Califfato, i loro nomi non si trovano in un registro, ma prendono ispirazione dall’Isis. E si emulano anche a vicenda. Si sa che il killer di Orlando, ad esempio, ha preso ispirazione dagli attentatori della maratona di Boston, magari altri prenderanno ispirazione da lui.

Questi soggetti ricevono l’incarico da nessuno. Sono lupi solitari affetti da disagi e patologie che esploderebbero comunque, con o senza l’Isis. Non sono organici del Califfato, i loro nomi non si trovano in un registro, ma prendono ispirazione dall’Isis. E si emulano anche a vicenda

La provenienza da un contesto culturale diverso da quello occidentale può aver influito nell’isolamento?
Può aver contribuito alla costruzione di questa personalità isolata. Si crea un circolo vizioso: la società dubita dei musulmani, il soggetto si sente additato e tende a sviluppare una personalità in chiave antisociale.

Di che tipo di disturbi soffrono questi soggetti?
Va precisato che tutti sono malati di mente, spesso non si tratta di disturbi psichiatrici. Sono per lo più disturbi della personalità e del comportamento, connotati da una incapacità di avere relazioni normali e da una mancanza di empatia verso il genere umano. Se spari sulla folla, non consideri l’altro come un essere umano.

Qui si aggiunge anche l’omofobia violenta, professata dall’Isis.
Il fatto di prendersela con un target specifico come gli omosessuali ricorda i processi di deumanizzazione del nazismo, che portano a considerare alcuni soggetti come esseri inferiori da eliminare.

Ma compiendo un’azione del genere si mette in conto di morire.
Per compiere un’azione del genere non si deve avere più paura della propria morte. Anzi, la morte viene ricercata. Il mass murderer, al contrario del serial killer, che si mimetizza, arriva a un punto in cui non ha più voglia di vivere. Così si espone e ricerca la morte tramite lo scontro a fuoco. Il problema del nuovo terrorismo è che non c’è più un deterrente come per il terrorismo classico. Il soggetto che mette in atto un’azione del genere non ha paura di morire.