Triste, solitaria e mazziata: viaggio nella piazza francese, ultimo baluardo contro l’austerità

Va in scena lo scontro più duro e violento da quando sono iniziate le proteste contro la Loi Travail. Divieto di manifestare. La polizia carica senza motivo. Pochi casseurs veri e propri, ma lo stesso tanta violenza in una giornata di proteste

Manif5

(Parigi). Asfissiata dai gas lacrimogeni, stordita dalle forti detonazioni delle granate stordenti e dalle vetrine distrutte a colpi di pietre, scioccata dal sangue di feriti anche gravi. Come se non bastassero i blocchi, gli scioperi trasversali, le violenze degli hooligans, l’esercito per le strade, la piena della Senna ed il continuo spettro degli attentati, in un pomeriggio semi nuvoloso va in scena a Parigi lo scontro più duro e violento da quando sono iniziate le proteste contro la Loi Travail, la riforma del mercato del lavoro presentata dalla ministra Myriam El Khomri e ispirata al Jobs act italiano. Il bilancio della giornata è pesante, soprattutto in una nazione già in stato d’allerta anti-terrorismo e che per far piazza pulita di violenti e casseur non lesina ad attingere a man bassa ai cosiddetti “daspo di piazza” anche contro sindacalisti e studenti: 40 feriti di cui 6 gravi e 73 arresti.

Dall’altro lato reazioni sempre più virulente con la distruzione di negozi, vetrine, auto e moto incendiate e persino ospedali devastati (come quello Necker, l’ospedale dei bambini malati). Un lungo serpente di oltre cinque chilometri in cui il dispositivo poliziesco ha voluto saggiare nuove tecniche di contenimento dei più violenti. Muri anti-folla di plexiglass, folla tempestata di lacrimogeni e granate stordenti per “spezzettare” l’omogeneità del corteo ed evitare pericolose concentrazioni di folla, cariche veloci con arresti immediati e mirati, vie di fuga bloccate da tutti i lati con il rischio che la manifestazione si trasformasse in un nuovo, sanguinoso G8. Del resto il prefetto di Parigi Michel Cadot lo aveva detto: il livello di violenza della manifestazione sarà elevato. Cosi’, già prima che iniziasse il corteo, dalla Prefettura partivano i primi 130 daspo di piazza contro affermati (o potenziali) casseurs. Divieto di manifestare.

La giornata inizia sotto i buoni auspici della massiccia partecipazione (la più alta dall’inizio delle proteste) con l’afflusso di centinaia di pullman arrivati da tutta la Francia. I numeri, come sempre avviene in questi casi divergono. Per la Prefettura di Parigi partecipano alla manifestazione non più di 125.000 persone, per il sindacato CGT per strada ci sono 1,3 milioni di persone in tutta la Francia di cui almeno un milione a Parigi. La giornata di mobilitazione inizia la mattina presto con un centinaio di tassisti che bloccano la circolazione sul péripherique, sorta di tangenziale che tocca tutte le porte della città. Più tardi i lavoratori del settore dell’energia danno il loro segnale tagliando repentinamente l’elettricità su alcune linee ad alta tensione. La Torre Eiffel, che svetta da qualunque luogo della città, viene chiusa al pubblico cosi’ come le stazioni di metro che intersecano il serpente della manifestazione. Altrove vanno in scena cortei (a Marsiglia il sindacato parla di almeno 100.000 persone) o blocchi: a Limoges il blocco dei casellanti provoca oltre 40 km di coda mentre a Fos-Sur-Mer va in scena il blocco di uno dei più grandi inceneritori del paese.

Ore 14,30. Il corteo a Parigi parte rumoroso e rosso come le bandiere ed i palloni gonfiati ad elio con la sigla del sindacato che sta sfiancando Hollande. Il corteo, il cui tempo è battuto da gran casse e musica a tutto volume, è estremamente variegato: studenti, sindacalisti, gente di tutte le età e dai diversi accenti delle diverse regioni di Francia. Al passaggio della fiumana umana molte persone si affacciano per salutare, alcuni srotolano striscioni di solidarietà. L’atmosfera sembra festosa anche se le nuvole grigie, squarciate dai raggi di sole, non fanno presagire nulla di buono. Una ragazza di nome Matilde spiega ad alcuni giornalisti stranieri perché bisogna manifestare. Tira fuori un cartello che riporta un grafico semplice e intuitivo. «Ecco – dice loro – se passa la legge cosa succede. Se passa la riforma del lavoro aumenta il tempo di lavoro fino a 46 ore settimanali (contro le attuali 35 ndr) e si puo’ arrivare fino a 60 ore settimanali. Il datore di lavoro puo’ far approvare un piano di licenziamenti anche senza avere palesi difficoltà economiche, aumenta anche il lavoro notturno. Poi ci sono meno indennità, in caso di licenziamento illegale l’indennità puo’ equivalere a massimo 15 mesi di salario, una misura drastica puo’ essere imposta per via referendaria anche con il parere contrario del 70% dei sindacati. Debbo continuare?»

Come se ci fosse un copione già scritto, all’altezza della stazione della Rer Port Royal, a due passi dai Giardini Lussemburgo, si intravedono i primi movimenti repentini di folla e grida. Dalla testa del corteo si stacca un’anima nera, scura e martellante. Parte il lancio di bottiglie di birra e pietre in direzione dei poliziotti in tenuta antisommossa che rispondono con il lancio di lacrimogeni e granate stordenti. C’è un primo fuggi fuggi generale. Chi puo’ si ripara in un angolo, indietreggia verso la coda del corteo ancora lontanissima e intasata di gente, cerca scampo nei vicoli bloccati dove la celere non lascia passare nessuno. Infermieri e pompieri assistono dove possono i feriti. Il corteo non è nemmeno partito che è già bloccato. In mezzo ad una nuvola di gas in cui è difficile reperirsi, si sente una fanfara intonare le note di Bella Ciao. Non si capisce se sia un delirio dovuto al gas respirato o se effettivamente qualcuno stia suonando in mezzo ai fumi dei lacrimogeni. Guardandosi intorno sorge un’amara constatazione. I duri sono ben attrezzati: caschi da motociclista, occhialini da piscina, maschera a gas, ginocchiere e persino parastinchi da calciatore. Come ultrà si nascondono tra la folla, attaccano e ripartono mescolandosi tra la gente. Per tutta risposta la celere colpisce alla cieca, persino i fotografi e i cameraman che vengono presi a manganellate perché solitamente vestiti di nero, come i casseurs. Ma la stragrande maggioranza dei manifestanti non è munita di caschi, né di mazze, parastinchi o ginocchiere. Per quel poco che si riesce a vedere c’è gente normale, verrebbe a dire disarmata.

Una donna urla : «Un governo di sinistra che manda la polizia a sparare lacrimogeni a vista d’uomo ! Non lo avrete mai più il mio voto!»

C’è un anziano signore dai baffi alla George Brassens, che invitava pacatamente alla rivolta, una signora col cappello di paglia ed una bandiera rossa piazzata sullo specchietto della bicicletta, ballerini di capoeira armati di tamburo e bacchette di legno, una ragazza che regge un cartello con la scritta “Utopista in piedi”, una coppia di ragazze avvolte in una bandiera arcobaleno e con una candela accesa per ricordare la strage di Orlando. Ma tutto questo è presto spazzato via. Pochi minuti di corteo e già sono tutti asfissiati ed impietriti dalle violenze da una parte e dall’altra. Un ragazzo vestito di nero e incappucciato s’arrampica sul tetto di una fermata del bus e grida a squarciagola: «Paris, debout, soulève toi!». Ma sembra più il grido di un uccello del malaugurio che « la Libertà che guida il popolo » di Eugène Delacroix.

Poche decine di manifestanti incattiviti lasciano dietro di sé una scia di distruzione mentre la polizia mena manganellate alla cieca. Vetrine di banche, uffici postali, agenzie di viaggio, tutto in frantumi. A farne le spese persino un ospedale infantile. Qualcuno grida : «Crève le capital» ! La frase suona beffarda mentre si vede una mamma con un bambino dal braccio fasciato che scappa dall’ospedale devastato. Attorno la folla spinge per avanzare e mentre si arriva all’angolo del boulevard Raspail e del boulevard Montparnasse un nuovo movimento di panico fa fuggire la gente in tutte le direzioni. Riparte il lancio di proiettili e di lacrimogeni. Nella nebbia di gas che si dirada s’intravedono due corpi a terra, immobili. Un ragazzo, dal viso rosso e gli occhi intrisi di lacrime racconta : « La polizia ha caricato il corteo senza motivo, ci ha tirato delle granate addosso. Una si è conficcata dietro la schiena di una manifestante ». Il ragazzo è sanguinante e sembra grave. Una donna urla : « Un governo di sinistra che manda la polizia a sparare lacrimogeni a vista d’uomo ! Non lo avrete mai più il mio voto !» Guardandosi attorno non si capisce in effetti quale sia il piano geniale della prefettura. Bloccando tutte le entrate (e dunque le uscite) non c’è praticamente via di scampo. Ecco perché chiunque puo’ beccarsi un lacrimogeno in testa. « Io non sono per la violenza – dice un militante di Force Ouvrière mentre guardiamo l’ambulanza portare via i feriti – ma i poliziotti caricano senza motivo. Su cento metri, ci sono stati almeno 5 o 6 feriti. La violenza genera violenza ».

Ma le sorprese purtroppo non sono finite. Gli occhi arrossati, i polmoni intossicati, l’odore acre e piccante alle narici che dà un senso di nausea, assistiamo impotenti all’ennesimo spezzettamento del corteo. Questa volta con i camion armati di cannoni ad acqua. Non si erano mai visti a Parigi. La folla viene spruzzata su tutti lati all’entrata dell’Esplanade des Invalides con getti d’acqua violenti. La piazza è chiusa, isolata, bloccata. La gente è staccata dal resto del corteo ed il resto del corteo è come un serpente senza testa né coda. Un corpo sinuoso che si muove con sussulti, come se stesse esalando l’ultimo respiro.

@marco_cesario

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