Pizza ConnectionWanted! Ecco chi sono i latitanti più astuti, sanguinari, e imprendibili

Dall'Italia all'Europa, dal boss della mafia al truffatore: ecco come si muovono i latitanti di oggi. Che a volte sono aiutati da chi dovrebbe dar loro la caccia

L’ARRESTO DI FAZZALARI

Dalla mattina di domenica l’elenco dei latitanti italiani più pericolosi elaborato dal Ministero dell’Interno ha una figurina in meno. È quella di Ernesto Fazzalari, 46 anni, latitante da venti. I carabinieri lo hanno scovato a Molochio, 2.500 anime in provincia di Reggio Calabria nel cuore della piana di Gioia Tauro. Dopo la primula rossa di cosa nostra, Matteo Messina Denaro, era lui il più ricercato sulla lista. Alle spalle una condanna definitiva all’ergastolo per due omicidi e due tentati omicidi.

«Sparava come un pazzo», dicono di lui i collaboratori di giustizia, e secondo gli investigatori e i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria «Fazzalari era un capo, che ha continuato ad operare con un ruolo direttivo all’interno del suo clan». Lo stesso clan, quello dei Fazzalari-Crea-Viola che ha insanguinato Taurianova nella faida con gli Asciutto-Neri-Grimaldi all’inizio degli anni ’90. Uno scontro divenuto famoso nella storia criminologica per il livello di efferatezza degli omicidi. Il capo dei Grimaldi, avversario dei Fazzalari, giusto per riportare un esempio, fu ucciso insieme al fratello, decapitato e la testa crivellata di colpi di fucile dopo averla lanciata in aria.

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Proprio in quella cornice si staglia la figura criminale del giovane Fazzalari, che viene poi individuato dagli investigatori, i quali lo ritengono uno dei protagonisti di quell’episodio. L’accusa, per quell’episodio in particolare, non regge in giudizio, ma gli vengono comunque contestati due omicidi e due tentati omicidi. A mandato di cattura spiccato, nell’ormai lontano 1996, Fazzalari però non si trova. Vent’anni dopo i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, insieme ai militari del Gruppo Intervento Speciale e dello Squadrone Cacciatori Calabria gli stringono le manette ai polsi senza che il latitante opponga resistenza.

MATTEO MESSINA DENARO E GLI ALTRI

Fazzalari è però il volto di una lista che oggi è composta da altri sei nomi: Marco Di Lauro, lo stesso Matteo Messina Denaro, Giovanni Motisi, Giuseppe Giorgi, Rocco Morabito e Attilio Cubeddu. Di Lauro, classe 1980, esponente dell’omonimo clan della criminalità organizzata campana è latitante dal 2005 e l’anno successivo inizia a cercarlo, ancora senza successo anche l’Interpol dopo la diramazione delle righe anche in campo internazionale ai fini dell’estradizione. Lo aspetta l’ergastolo. Come Fazzalari fanno invece parte della ‘ndrangheta Giuseppe Giorgi e Rocco Morabito. Il primo è il genero del capobastone della clan Romeo, Sebastiano Romeo ed è latitante dal 1995. Il pentito Francesco Fonti lo ha indicato come uno degli attivi nello smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi nei casi delle cosiddette “navi dei veleni”. Nel 2009 un rapporto della polizia tedesca localizzava Giorgi in Germania, ma da ventuno anni don Giuseppe è uccel di bosco. Ha passato quasi metà della sua vita da latitante anche Rocco Morabito, 50 anni a ottobre di quest’anno e in latitanza dal 1994 quando gli vengono contestati i reati di associazione mafiosa e traffico di droga. Deve scontare 30 anni di carcere.

Deve scontare l’ergastolo anche Attilio Cubeddu il cui nome rimanda all’Anonima sequestri sarda e al sequestro dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini. Latitante da 19 anni, lui che ne ha 69 è il più anziano della lista dei latitanti più pericolosi, eppure le testimonianze lo danno come uno che non si fa intimorire dall’età. Per depistare o per diretta conoscenza questo starà agli investigatori stabilirlo. La sua storia arriva fino a Sidney, precisamente nel carcere di Silverwater dove è rinchiuso Giovanni Farina, complice con Cubeddu del sequestro Soffiantini. Lì, dove Farina è sotto falsa identità, viene raggiunto da due persone che durante un colloquio gli riferiscono che Cubeddu è morto.

Correva l’anno 2000, Farina sconterà la sua pena successivamente in Italia e lo scorso anno è assolto dall’omicidio di un ispettore dei Nocs. Cubeddu però pare essere tutt’altro che morto e le ultime conferme arrivano pochi mesi fa: secondo una inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari la banda che in Ogliastra ha assaltato i portavalori e capeggiata secondo gli inquirenti dal vicesindaco di Villagrande Strisaili, Giovanni Olianas, avrebbe assistito la latitanza di due soggetti. Uno di questi sarebbe proprio Attilio Cubeddu, il bandito di Arzana che un testimone nel 2013 dice di aver «incontrato sul Gennargentu» e che da lì «controlla tutto il territorio servendosi di in cannocchiale. Conosce una ad una tutte le macchine di polizia e carabinieri e annota con cura i numeri di targa in un’agenda che porta sempre con sé. Ha anche due pistole, due fucili e una bomba a mano».

Latitante dal 1998 è invece Giovanni Motisi dell’omonimo clan di cosa nostra. Latitante dal 1998 è sulla lista dei più ricercati per i reati di omicidio associazione mafiosa e strage. Un fantasma che però, dicono gli addetti ai lavori, sarebbe potuto essere quel capo in grado di «riportare pace» e rilanciare i clan siciliani.

Tuttavia la ricerca dei latitanti non può essere confinata a sanguinari boss di una mafia villana. Per quanto Matteo Renzi ostenti una guerra senza quartiere “casolare per casolare”, il che dà una certa idea di quanto poco si abbia idea di cosa sia la mafia nel 2016, ci sono ancora troppe cose che nella ricerca dei latitanti e soprattutto nei processi di estradizione lasciano più di un dubbio. Se da un lato permangono visione investigativo e procedurali differenti a livello di magistratura inquirente e di organi investigativi, che portano a scontri interni come nel caso di Matteo Messina Denaro, dall’atrla parte, sottolineano anche gli addetti ai lavori, non si può non notare come alcuni trattati sulle estradizioni rimangano lettera morta. Il caso Dubai su tutti, ormai divenuto un autentico Eldorado per chi vuole mettersi al riparo dalle visite poco gradite della magistratura italiana.

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MOST WANTED

Lo scorso anno anche l’Europol ha stilato la sua lista dei più ricercati. Rimane solo Matteo Messina Denaro, orfano della compagnia di Fazzalari, arrestato la scorsa domenica. Sono quarantaquattro gli «Europe’s most wanted fugitives” schedati dall’Europol, tra di loro anche una donna, la finlandese Marina Cecilia Kettunen, accusata di frode alla UE, che da lavoro alle polizie europee da 12 anni. Imprendibile.

Nella lista ci sono due figurine che valgono anche una ricompensa: sono Tibor Foco, sessantenne austriaco evaso dal carcere nel 1995 dopo la condanna all’ergastolo nel 1987 per l’uccisione di una prostituta, e il trentaduenne Hime Lufaj, che nel 2009 ha tentato di uccidere a coltellate un ufficiale di polizia e ferito altre due persone durante una rapina. Per Foco c’è una ricompensa da 2.900 euro, per Lufaj invece, se la cattura dovesse avvenire fuori dal Kosovo, ci sono diecimila euro di ricompensa.

I più giovani dell’elenco sono due ventiquattrenni: Robert Hauer, condannato a otto anni per tentato omicidio in Repubblica Ceca e lo svedese Simon Rolf Anamo, membro dell’organizzazione neo nazista “Movimento della Resistenza Svedese”. Le autorità gli contestano un omicidio avvenuto il 21 settembre 2012: tra percosse e coltellate avrebbe lasciato a terra la vittima per poi darsi alla fuga.

Rocambolesca la vicenda di Jean Claude Lacote e della fidanzata Hilde, condannati al fine pena mai dalla corte d’assise di Bruges (Belgio) nel 2011 per l’omicidio di un cittadino inglese avvenuto il 23 maggio del 1996. Lacote nel 2008 fugge dalla Sun City Prison di Johannesburg grazie all’aiuto della fidanzata belga e di due falsi agenti di polizia. Da allora è un fantasma, e le autorità lo considerano «violento e pericoloso».

Della lista dell’Interpol a fatto parte anche Salah Abdeslam, il 26 enne unico sopravvissuto tra i terroristi autori degli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso. Condannato a cinque anni per terrorismo e irreperibile anche Mukhles Omar, siriano, che ha cercato di favorire la fuga dalla Romania del fratello una volta scoperto che lo stesso era stato mandato a processo per aver finanziato e organizzato il rapimento di tre giornalisti romeni in Iraq.

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