A Milano tira una bella aria, nonostante la Bellocchio

La “capitale morale” viene dipinta come un luogo di razzismo e snobismo. Su Internazionale la scrittrice Violetta Bellocchio racconta un normale controllo di documenti come se fosse una violenza. Ma la realtà milanese è ben diversa

Milano è sopravvissuta ai black bloc e agli antagonisti di ogni genere e grado che sembravano volerla radere al suolo. È sopravvissuta ai disfattisti pacifisti che continuavano a urlare cifre abborracciate per provare l’insuccesso di Expo. E a un certo punto ha surclassato Roma (l’hanno riconosciuto persino i romani: resterà negli annali). S’è inorgoglita e ha preso a splendere. Così, per mesi, è stato tutto un fioccare di “Milano è più bella perché”, “Milano si rialza” e mentre nell’Urbe spadroneggiavano i Lanzichenecchi, i milanesi diventavano l’incarto del sogno europeo, si riappropriavano della regalità delle rivolte del fumo, quando in città si rinunciava alle sigarette per impoverire i dominatori austriaci.

Persino nelle amministrative di giugno Milano ha dato a Roma, dove la campagna elettorale è stata un bagaglino, una lezione di stile, coi suoi candidati moderati tanto da risultare quasi indistinguibili. Eppure, potrebbe essersi trattato solo di un ottimo ma fuorviante storytelling. La contronarrazione che in molti aspettavano di leggere, sembra essere arrivata. Sarà forse perché è storia o sarà forse per par condicio. “Vi racconto perché a Milano tira una brutta aria” è il titolo di un articolo apparso su Internazionale, a firma di Violetta Bellocchio, scrittrice, che lancia un allarme: «Il disprezzo verso chiunque non sia ricco e alla moda, l’insistenza con cui si ammirano i forti, il privato, l’incapacità di credere che esistano stili di vita diversi dal proprio sono stati portati avanti in maniera non prevista».

La scrittrice anti-milanese nota che in stazione Rogoredo i poliziotti sono armati (incredibile, poliziotti che circolano armati e in divisa, forse non succede nemmeno nell’Egitto di al-Sisi)

Il disprezzo milanese per il diverso Bellocchio lo deduce dal seguente aneddoto (accaduto ad aprile: ha deciso di raccontarlo nei giorni successivi a Fermo, probabilmente per ricordare all’Italia che il razzismo non è solo un problema della provincia): un bel giorno, mentre aspettava un treno a Milano Rogoredo (a Milano gli scrittori frequentano le periferie, mica come a Roma, dove non escono dalla ZTL), nota un poliziotto che manda via un ragazzo nero a suon di “non hai il biglietto, non puoi stare qui”. Il ragazzo va via e lei si avvicina al poliziotto, gli chiede conto di quanto è appena accaduto, quello le chiede “chi è lei?” e lei risponde “Sono… italiana?”, dimostrando di essere più prevenuta di lui, che deve esserlo per ragioni professionali e dandogli, quindi, del razzista – dopotutto si sa che ACAB (All Cops Are Bastard) e, USA insegnano, oltre che bastardi, pure razzisti.

Il poliziotto le chiede i documenti, lei fa altre domande e lui le chiede di seguirla, insieme ad altri due colleghi, nell’ufficio della polizia. Non voglio andare con tre uomini chissà dove, pensa lei, ma alla fine lo fa. Nota che ciascuno di loro è armato (incredibile, poliziotti che circolano armati e in divisa, forse non succede nemmeno nell’Egitto di al-Sisi). La trattengono per qualche minuto, il tempo di controllare i documenti, chiederle che lavoro fa, dirle che fa molte domande: minuti interminabili che Bellocchio racconta più o meno con la stessa tensione drammatica con cui Franca Rame raccontò, in un suo agghiacciante e meraviglioso monologo, di quando a Milano cinque fascisti, il 9 marzo del 1973, la rapirono e violentarono, uno dopo l’altro. A Violetta Bellocchio è andata decisamente meglio (ma avrebbe potuto succederle chissà cosa e lei non omette di sottolinearlo), tant’è che – continua il racconto – sale sul treno, incolume, racconta l’accaduto al controllore, il quale le consiglia di stare attenta alla polizia ferroviaria: è particolarmente suscettibile.

Milano è da sempre in lotta contro il cheap e, soprattutto, contro il presente: cavalcare l’onda non basta, bisogna essere l’onda, lo snobismo non c’entra niente, c’entra il fiato corto

Poi scrive a un suo amico, che le svela che non le hanno fatto nulla di illegale, ma pure che si è trattato di un abuso di potere (gli amici maschi sono sempre confusi con le amiche femmine e spesso mentono: Nora Ephron non andrebbe dimenticata). Lei torna a pensare che se non avesse avuto la pelle bianca, adesso le starebbero facendo chissà che cosa. L’Italia è una repubblica fondata sulla percezione e sul “se invece”. Tanto è bastato, a Violetta Bellocchio per stabilire che a Milano tira una brutta aria e che i diversi e i bisognosi sono indiscriminatamente trattati come appestati e/o terroristi preterintenzionali: in metropolitana, una volta, ha visto un adulto squadrare una ragazza che offriva cibo a un mendicante.

Lo stesso giorno, Selvaggia Lucarelli ha pubblicato su Il Fatto Quotidiano un’ esilarante “recensione” dell’inaugurazione dei “Bagni misteriosi”, l’ex piscina Caimi che ha riaperto nella veste chic della Milano da Expo, quella dei “quartieri ciofeca che però siccome c’è una ex acciaieria in cui una donna architetto lesbica danese ha ricavato sei loft da 30mila euro al mq diventano vivaci e di tendenza” (ma Milano è da sempre in lotta contro il cheap e, soprattutto, contro il presente: cavalcare l’onda non basta, bisogna essere l’onda, lo snobismo non c’entra niente, c’entra il fiato corto).

E l’atmosfera di fondo della Milano della Lucarelli è la medesima: epurazione dei diversi, dei periferici, dei cafoni, quelli da Acquapark, verso i quali la città mostra la medesima insofferenza che a Milano Rogoredo la polizia riserva, con minore tatto, agli stranieri. Su Il Giornale del 12 luglio, Giovanni Masini e Giuseppe De Lorenzo raccontano di trenta ragazzi (pakistani e afgani) che da un mese vivono tra i rifiuti, nella periferia est di Milano, dopo essere stati cacciati dal centro d’accoglienza di Cara, in via l’Aquila, perché «poco inclini a rispettare le regole stabilite dalla prefettura».

Forse è da lì che Violetta Bellocchio, così stanca di essere una bianca privilegiata, dovrebbe partire per un lungo reportage sull’aria che tira a Milano che – osiamo azzardare l’ipotesi – è di certo meno snob e più morale di chi la racconta confondendo i giornali con il proprio diario segreto.