Alla scoperta del šatrovački, la lingua segreta dei criminali jugoslavi

Un gergo diffuso tra carcerati e giovani: nasce come controcultura degli anni ’90 in opposizione al linguaggio istituzionale, diventa una moda

Dividere a metà una parola, prendere la fine e metterla all’inizio, prendere l’inizio e metterlo alla fine. È il verlan, un gergo molto diffuso in Francia che gioca con le parole (lo stesso termine “verlan” deriva da “à l’envers”) e crea un codice nuovo. A livello tecnico, si parla di “inversione sillabica”. Ad esempio, sono casi di verlan parole come “garetteci”, che vuol dire “cigarette”, o “pineco”, che sta per “copine” (ragazza, fidanzata), o ancora la “turvoi”, cioè la “voiture” (automobile). È un fenomeno linguistico complesso (non c’è solo l’inversione sillabica, come si dice qui) ma, soprattutto, non è solo francese.

I linguisti a caccia di notizie e di argomenti per tesi dottorali ne hanno trovato un altro: il šatrovački. Si sono dovuti spingere fino ai Balcani per riuscire a trovarne un altro. È una forma serbo-croata, scoperta solo nel XX secolo (un ritardo giustificato proprio dalla difficoltà di unificare le lingue e le forme di scrittura) e usata, in modo principale, dai criminali jugoslavi per non essere compresi dalla polizia.

A questo proposito c’è anche una leggenda metropolitana: la prima attestazione del šatrovački risalirebbe a un episodio di furto, cioè una rapina a una gioielleria di Belgrado compiuta da due delinquenti. L’unica traccia lasciata dai due ladri, registrata dalle telecamere, è una frase incomprensibile: “zipa tebra rijamu!”, avrebbe gridato uno dei due rapinatori. La polizia ci ha impiegato un po’ per capire che si trattava, in realtà, di “pazi brate muija”, cioè “attenti, c’è la polizia!”. Un caso di verlan (šatrovački, a essere più preciso). Per aiutarli a capire, continua la leggenda, sarebbero intervenuti anche alcuni linguisti.

Oggi il šatrovački è parlato più dai giovani che dai delinquenti, ed è diffuso nelle zone urbane e nelle capitali, come Belgrado, Zagabria e Sarajevo. Molti lo hanno imparato negli anni ’90 come forma di controcultura della società contro il regime mainstream di ispirazione comunista. È così riservato che ogni regione ha sviluppato un suo verlan, diverso e specifico per ogni città. Chi va in Vojvodina (da dove veniva Boskov) non sentirà lo stesso šatrovački che si parla a Zemun. Certo, anche in prigione se ne parla molto: è utilizzato per scambiarsi informazioni senza farsi capire dai guardiani.

Per cui, se un carcerato vuol farsi una Vopi, sta chiedendo una birra (Pivo). E se i giovani si ritrovano per guardare un po’ di dbalfu, altro non è che una partita di calcio (fudbal). Un bel giro in città si fa andado a Rajvosa (Sarajevo), ma se si vuole restare nei quartieri, allora si rimane a Munze Konza (Zemun Zakon, quartiere di Belgrado).

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