Pizza Connection“Binnu” Provenzano, il fantasma di Corleone che “sparava come un dio”

È deceduto all’età di 83 anni il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. La sua è stata una vita da latitante record: venne catturato nel 2006 dopo 43 anni di nascondigli

Binnu u tratturi, o se preferite Zù Binnu. Questi i due appellattivi che Bernardo Provenzano si è portato sulle spalle in vita e sicuramente anche da morto. Ancora oggi, nonostante la leadership criminale riconosciuta di Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano è “l’ultimo padrino”.

Nato a Corleone nel 1933, terzo di sette figli, Binnu abbandona presto la scuola per darsi all’agricoltura, per poi passare nell’esercito della malavita siciliana. Non a caso è uno dei “viddani”, i contadini di Corleone, prima al servizio di Luciano Leggio, poi conquistatori di Palermo agli inizi degli anni ’80, che a colpi di kalashnikov spazzarono la mafia dei Bontate, degli Inzerillo e degli Spatola.

Quella di Bernardo Provenzano è stata una vita da latitante da record. Scomparve da Corleone dal 1963, in paese lo videro l’ultima volta quando ferito di striscio alla testa si recò all’ospedale dei Bianchi una sera di agosto per farsi medicare. Su di lui pendeva già una richiesta di arresto da parte del sostituto procuratore di Palermo Cesare Terranova, che stava ricostruendo la strategia di fuoco dei “viddani”, intuendo la potenza dei killer assoldati da Leggio per far fuori la mafia di Michele Navarra.

Per la sua ferocia nelle esecuzioni, Bernardo Provenzano fu ribattezzato dai compari “u tratturi”, il trattore. Anni dopo è Angelo Siino, il “ministro dei Lavori pubblici” di Cosa Nostra, a confermare che Provenzano “sparava come un Dio”.

Da quel 18 settembre 1963 Binnu diventa il “fantasma di Corleone”: Luciano Leggio, detto Lucianeddu, chiude i conti con il rivale della mafia locale, il dottor Michele Navarra, e si chiude una stagione di sangue che ha lasciato a terra 52 omicidi. Provenzano scompare e con lui gli agguati e le sparatorie: ormai i “viddani” hanno in mano Corleone.

La caserma dei Carabinieri di Corleone vede Bernardo Provenzano al suo interno una sola volta, nel 1959 in occasione di un interrogatorio quando la strage dei navarriani è all’inizio.

Ancora oggi, nonostante la leadership criminale riconosciuta di Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano è “l’ultimo padrino”

Quella di Binnu Provenzano è una latitanza record che dura per 43 anni, facendogli evitare tre ergastoli e altri numerosi procedimenti penali a suo carico. Binnu dalla metà degli anni ’70, dopo la morte di Leggio, tira i fili dell’organizzazione insieme a Totò Riina con tutto il corollario di protezioni politiche e imprenditoriali che ne favoriscono lo status di ‘fantasma’.

C’è chi lo descrive come un villano incapace di rimanere lontano dalla vita dei campi, Angelo Siino invece negli anni ne ha dato una lettura nettamente diversa, che poco ha a che vedere con le descrizioni che fanno rassomigliare l’ultimo padrino a un personaggio di Verga. Il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra lo descrive quando sotto la protezione di un Cavaliere del Lavoro a Catania conduce una vita completamente opposta a quella del ‘mangiacicoria’ e si concede anche qualche scappatella tra le Egadi e la Tunisia, meglio se in barca.

Binnu ha una sua ‘politica’ e instaura rapporti a doppia mandata con don Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, i cui rapporti con Provenzano risalgono ai tempi delle ripetizioni di matematica che Ciancimino impartiva a un Binnu ancora ragazzino. A casa Ciancimino Bernardo Provenzano è l’ingegner Loverde, e con don Vito si incontra a Palermo, ma, dichiara il figlio di don Vito, Massimo, anche a Roma.

«Mio padre – racconta Massimo Ciancimino a Gianluigi Nuzzi nel libro Vaticano S.p.a. – mi raccontava che a suo tempo le spese, la gestione della manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo erano gonfiate per circa l’80% del loro reale valore di mercato. Questo surplus – continua il figlio di don Vito – era destinato sia alla corrente andreottiana, che in Sicilia faceva capo a mio padre, sia alle esigenze “ambientali”, quelle cioè dell’uomo che ho sempre indicato come Loverde», cioè Bernardo Provenzano.

La sua negli anni palermitani è una ‘politica’ inclusiva: chi si rende disponibile a fare affari con Cosa Nostra è benvenuto, l’importante sono i “piccioli” e la salute delle imprese, mentre dall’altre parte Riina vuole fare la guerra allo Stato.

Sono infatti diventati famosi i cosiddetti pizzini con cui Provenzano comunica all’esterno durante la sua latitanza. I suoi consigliori lo hanno avvertito: le nuove tecnologie e i telefoni rischiano di essere intercettati facilmente. Lui li ascolta, prende carta e penna e scrive. Per dare autorizzazioni, per non darne, per invitare alla calma degli affiliati per mantenere l’equilibrio e poter bussare alle porte di politici e imprenditori.

Sono diventati famosi i cosiddetti pizzini con cui Provenzano comunica all’esterno durante la sua latitanza. I suoi consigliori lo hanno avvertito: le nuove tecnologie e i telefoni rischiano di essere intercettati facilmente. Lui li ascolta, prende carta e penna e scrive

Non è il “capo dei capi” dalla mano pesante, ma l’architetto, opportunamente consigliato, di un sistema che opprime tutta la società e tutto il vivere civile dell’intera Sicilia, che sente la pressione della ‘mafia della porta accanto’.

Durante la scalata al potere mafioso Zù Binnu, non si sposa, ma convive con la signora Sveria Benedetta Palazzolo, da cui avrà due figli, Angelo e Francesco Paolo. La compagna e i due figli vivono in latitanza con Provenzano fino al 1992, quando inizia la stagione stragista di Cosa Nostra (Provenzano è stato condannato a due ergastoli sia per la strage di Capaci, sia per quella di via d’Amelio). In quell’anno, rivela la pentita Giusy Vitale, sorella del boss Vito, Provenzano si presenta a una riunione della ‘cupola’ vestito da Vescovo, una stranezza che, racconta sempre la Vitale, mandò su tutte le furie Totò Riina.

Alla fine degli anni ’80 e durante la stagione stragista, Provenzano rimane a guardare la mattanza delle stragi, per poi, dopo l’arresto dello stesso Riina, prendere il comando dell’organizzazione criminale. E dopo le stragi inizia forse il periodo più misterioso della latitanza di Bernardo Provenzano e quello in cui più volte gli investigatori lo avvicinano ma non arrivano mai a prenderlo.

Risale all’ottobre del ’95, la mancata cattura nel casolare di Mezzojuso per cui sono stati archiviati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu e poi assolti nei processi collaterali. Per il gip di Palermo Maria Pino quella fu però una scelta degli investigatori e non un fattore di difficoltà tecniche o investigative. Negli stessi anni avrebbe avuto secondo le indagini della procura di Palermo, per il tramite di Vito Ciancimino, un ruolo fondamentale nella definizione della cosiddetta ‘trattativa’ Stato-Mafia.

A sorpresa nel marzo del 2006 il legale di Provenzano, Salvatore Traina annuncia: «Il boss è morto e da diversi anni». Un mese dopo lo Sco e la Squadra mobile di Palermo arrestano all’interno di un casolare Bernardo Provenzano

Nel 1997, nei pressi di Palermo, Provenzano è fermato a un posto di blocco. Il boss fornisce un documento falso e viene lasicato andare, mentre tra il 2001 e il 2002 si stringe il cerchio intorno al fantasma di Corleone con gli arresti di Benedetto Spera e Antonino Giuffrè, braccio destro e vice di Provenzano.

Ma è nel 2003 che la latitanza di Binnu diventa un colpo di teatro: nell’ottobre di quell’anno, sotto il falso nome di Gaspare Troia, Provenzano va a Marsiglia e si fa operare alla prostata alla clinica Casamance. Resterà in Costa Azzura per 19 giorni. Una vicenda dietro cui si staglia anche il mistero del giovane urologo italiano Attilio Manca, trovato morto poco meno di sei mesi dopo e che secondo la famiglia avrebbe assistito all’intervento di Zu Binnu, oltre ad averlo incontrato al suo ritorno, come dichiarato dal mafioso Angelo Pastoia, anch’egli poi ritrovato impiccato in cella.

I sospetti sulla morte di Manca sono alimentati dal fatto che secondo la ricostruzione del cosiddetto messaggero di Provenzano, ovvero un commercialista che avrebbe offerto denaro in cambio della resa del boss, per un periodo Binnu avrebbe passato parte della latitanza in un covo nella Tuscia, zona di cui Manca era originario.

A sorpresa nel marzo del 2006 il legale di Provenzano, Salvatore Traina annuncia: «Il boss è morto e da diversi anni». Non ne è però convinta la procura di Palermo che dice di sapere che il boss è vivo e vegeto, «ne abbiamo le tracce», dice l’allora procuratore capo di Palermo Pietro Grasso.

Un mese dopo lo Sco e la Squadra mobile di Palermo arrestano all’interno di un casolare Bernardo Provenzano, che si consegna agli agenti dichiarando subito la sua identità.

Trasferito dal carcere di Terni a quello di Novara, è qui che sottoposto al regime carcerario del 41-bis, prova ancora a dialogare nuovamente con l’esterno tramite i pizzini con tale Bonavota, calabrese. Comunicazioni che, sospettano dal carcere, sembrano «volere ottenere un benestare con un riferimento a una attività comunicata in codice».

Lo stato di salute di Provenzano si aggrava e il 19 marzo 2011 gli viene diagnosticato un tumore alla vescica. Lo stesso giorno proverà a portare a termine un tentativo piuttosto goffo di suicidio, sventato da un agente della Penitenziaria. Ma anche questi sembrano messaggi lanciati dalla cella, così come uno dei passaggi nel corso degli interrogatori che Provenzano ha sostenuto davanti all’ex pm Antonio Ingroia, che gli proponeva una collaborazione. «Prima deve vedere come mi trattano qua», riferisce Provenzano a Ingroia. Che gli chiede: «Se fosse fuori dal carcere parlerebbe più liberamente?». «Non lo so, non lo so, se u sapissi ci u dicissi», rispose Provenzano, che tramite il figlio Angelo e il suo avvocato nel corso degli ultimi anni ha chiesto più di una volta gli arresti domiciliari.

Nel 2011 i magistrati di Palermo hanno condotto degli interrogatori per capire qualcosa di più su quel tentato suicidio, richiamando a testimoniare anche il figlio minore Francesco Paolo, il quale spiegò che «papa’ non ci sta con la testa e noi non siamo in grado di capire se dicesse sul serio o se sragionasse», riferendosi ai colloqui in cui Provenzano riferiva di sentirsi in pericolo tra le mura carcerarie.

Non è servito il pericolo. Bernardo Provenzano con tutti i suoi misteri e con l’alone del capo dei capi è morto il 13 luglio 2006, a 83 anni dopo una malattia che lo aveva debilitato nel corso degli ultimi anni.