Viva la FifaDa Puskas a Bwalya, che bello il calcio olimpico di una volta

C'è stato un tempo in cui nazionali come quelle del blocco sovietico si prendevano l'oro che gli sfuggiva sempre in Coppa del Mondo. Oggi il pallone a cinque cerchi non ha appeal: troppi cambi di regole, troppe partite in contemporanea con altri tornei, pochi soldi che girano

Un giorno di metà settembre del 1988 allo stadio di Gwangju, in Corea Del Sud, fa un caldo umido, di quelli che ti fa appiccicare la maglietta sulla pelle. In campo ci sono l’Italia e lo Zambia, che si affrontano nel torneo di calcio dei Giochi Olimpici di Seul. La nazionale italiana olimpica è nata qualche anno prima, a seguito della riforma voluta dal Comitato Olimpico Internazionale che a partire da Los Angeles 1984 ammette tra gli atleti a cinque cerchi anche i calciatori professionisti al posto dei dilettanti, a patto che non avessero mai giocato nemmeno un minuto nella selezione nazionale maggiore del proprio Paese. Così, in quella nazionale olimpica che parte per l’Asia ci sono tra gli altri il portiere Stefano Tacconi e il centrocampista Massimo Mauro della Juventus, il difensore napoletano Ciro Ferrara, l’attaccante del Milan Pietro Paolo Virdis. Nomi importanti, ma tagliati dal commissario tecnico Azeglio Vicini per l’Europeo che si è giocato in Germania qualche settimana prima e dove gli Azzurri sono arrivati fino alla semifinale.

Il ct italiano è Francesco Rocca. Quando giocava nella Roma, da terzino, lo chiamavano “Kawasaki”, perché correva come un pazzo. Ma gli unici a correre, fin da subito, sono gli africani. Mauro, che quel giorno gioca regista di centrocampo, capisce subito che quel giorno non è aria. Lo capisce Galia, che quel giorno avrebbe magari fatto meglio a stare in panca, ma deve giocare al posto di Evani, che si è infortunato. E lo capisce Tacconi, che vorrebbe contendere a Zenga il primato in Nazionale e invece, al primo tiro, non riesce a trattenerlo. Il gol è di Kalusha Bwalya, che quel giorni si coprirà di gloria. Gli Azzurri ci capiscono poco: corsa, lotta, tocchi di prima, chiusure puntuali su tutti i palloni.

Bravi e scaltri, i Chipolopolo. Li chiamano così, significa “Proiettili di rame”. Si fanno pure beffe dei nostri, quando nel secondo tempo, su punizione, Bwalya insacca: la difesa azzurra si era schierata, convinta fosse di seconda. L’altra beffa arriva sul quarto gol, con Bwalya che si prende il lusso di passeggiare in area prima di segnare. L’Italia perde 4-0. Lo Zambia uscirà dal torneo con lo stesso punteggio ad opera della Germania Ovest ai quarti, ma della tripletta di Bwalya si parlerà ancora molto nel villaggio olimpico.

Non in Italia, dove preferiamo soprassedere, come è doveroso faccia la memoria collettiva con una sconfitta che abbia ancora un valore. Accadesse oggi, una cosa del genere, butteremmo lì la solita , vecchia, stantìa polemica su un movimento calcistico che non sa crescere i propri giovani e torneremmo in breve a occuparci del più succulento romanzo epico-cavalleresco modernissimo che va sotto il nome di calciomercato. Già, perché oggi il calcio olimpico non tira più granché. L’ennesimo (e finora ultimo) ritocco voluto dalla nomenklatura del Cio prevede che ai Giochi partecipi una nazionale olimpica composta alla base dalla rosa dell’Under 21/23 più la possibilità – non l’obbligo – di convocare tre fuoriquota, ovvero giocatori che superino i 23 anni d’età. Insomma, una sorta di Mondiale Under 23 con il bisogno di alcuni nomi di grido per poter essere seguito.

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Capita, se il calendario internazionale è sempre più intasato di tornei. Basta guardare cosa c’è stato e cosa ci attende da qui al 2018: quest’estate Europei, Copa America del centenario e Rio 2016. Nel 2017 la Confederations Cup e nel 2018 il Mondiale di Russia. Ovvio che, soprattutto quest’anno, a restare sacrificato è il calcio olimpico: i club che devono rilasciare i fuoriquota hanno preferito concedere il nullaosta per quella baracconata per sponsor pubblico statunitense che accidenti a loro prima o poi si appassioneranno al soccer che è stata la Copa America dei 100 anni, giocata solo un anno dopo quella in Cile. Si è così arrivati al compromesso: Messi negli Usa, Neymar a Rio, ma solo perché si gioca in Brasile. Una difficoltà, quella di assemblare squadre appetibili al pubblico, che riguarda molti sport di squadra: nel basket, gli Usa hanno avuto davvero un solo dream team, quello di Barcellona ’92.

Eppure, c’è stato un periodo in cui il calcio dei Giochi Olimpici era un vero e proprio Mondiale alternativo. Anzi, nel lontano 1928 fu la priva generale della prima coppa del mondo giocata due anni dopo in Uruguay. Alla fine dell’Ottocento, il barone De Coubertin aveva avuto l’idea di far rinascere i giochi olimpici inventati nell’antica Grecia. E li voleva nel segno del partecipare più importante del vincere, certo, ma anche composta da atleti dilettanti e chiusa alle donne, che già in Grecia non erano ammesse. Se sul vincere gli atleti spesso non hanno voluto sentire ragione e sulle donne è stato il Cio a non andare d’accordo con il barone, il dilettantismo è rimasto un punto fermo. Tanto che il calcio, sport in rapida ascesa, vive fin da subito con i Giochi un rapporto conflittuale. Il Cio non vuol sentire parlare di soldi e contratti, mentre la giovane Fifa spinge per il sì. Nel 1926, ad Amsterdam, il governo Mondiale del calcio si riunisce per organizzare il primo Mondiale. Due anni, dopo, sempre lì, ai Giochi il pallone diventa per la prima volta davvero un affare globale: se già Egitto e Turchia erano state le prime extraeuropee a partecipare, ad Amsterdam arrivano anche dall’America gli Usa, il Messico, l’Argentina, il Cile e l’Uruguay, già oro nel 1924. C’è anche l’Italia, che non schiera l’oriundo Julio Libonatti: il suo stipendio firmato Juventus non sarebbe stato gradito sotto la fiaccola olimpica. Il mondo scopre così il calcio sudamericano: agonismo e provocazioni. Ci cascano i tedeschi, che si vedono espellere due giocatori nella gara contro l’Uruguay, che va in finale e batte l’Argentina. La stessa gara sarà la finale del Mondiale di due anni dopo.

Il calcio è ormai un sport globale, tanto che la Fifa resta ferma sul professionismo e il Cio, per ripicca, esclude il pallone dai giochi di Los Angeles ’32, ufficialmente perché negli Usa il soccer non ha ancora messo radici in maniera stabile e rischierebbe poco pubblico. Dovrà tornare sui propri passi e riportarlo subito dopo, a Berlino ’36. L’Italia ha come ct il campione del mondo Vittorio Pozzo e rappresenta quello che tutti sanno ma nessuno ufficializza. Ovvero il professionismo nel pallone. Molti giocatori azzurri, sconosciuti alla nazionale maggiore, sono ufficialmente iscritti all’università o al liceo, ma sono professionisti di fatto: prendono soldi dai propri club ma sotto forma di rimborsi, perché anche in Italia i giocatori devono ancora essere solo dilettanti. Ai Giochi i ragazzi intascano “assegni di studio”, la forma è salva e l’oro olimpico anche: sarà il primo e fino ad ora unico per la nostra nazionale. Un orgoglio, se pensiamo che della Santa Trinità del pallone, Brasile e Germania (prima Ovest e poi riunita) non lo hanno mai messo al collo.

Se squadre come la madre Urss, Polonia, Cecoslovacchia e Germania Est non riescono a mettere le mani sulla Coppa del Mondo, riescono ad ambire più facilmente all’oro a cinque cerchi. Si chiama dilettantismo di Stato, per intenderci

Un dato che rafforza ancora di più la posizione del calcio olimpico come mondiale alternativo. Non solo perché ai Giochi finiscono via via gli “azzurabili” che non hanno ancora assaggiato la nazionale maggiore, ma anche tutti quei dilettanti solo in apparenza: è così che ad esempio il blocco sovietico pianta la propria bandiera sui Giochi per molti anni. Se squadre come la madre Urss, Polonia, Cecoslovacchia e Germania Est non riescono a mettere le mani sulla Coppa del Mondo, riescono ad ambire più facilmente all’oro a cinque cerchi. Si chiama dilettantismo di Stato, per intenderci.

L’ultimo baluardo a resistere è l’Ungheria di Puskas, Kocsis e Hidegkuti a Helsinki ’52: quell’oro sarà un risarcimento in anticipo della finale Mondiale persa due anni più tardi con una Germania Ovest sulla quale da sempre grava il sospetto del doping. Nel 1956 l’Urss invade l’Ungheria mentre l’Honved dei campioni è in tournée: molti giocatori non rientrano in patria e Budapest non potrà andare a difendere l’oro che passa al collo del Grande Madre Russia di Lev Jashin. Il dilettantismo di Stato dell’Est diventa una prassi ai Giochi, tanto che le altre squadre europee ritengono il calcio olimpico un’impresa nel pieno spirito Giochi: l’importante è partecipare. Per il blocco sovietico, è il Mondiale alternativo. L’Ungheria si prende altri due ori, consecutivi tra Tokyo e Città del Messico. Gadocha e Lato, e Deyna daranno spettacolo al Mondiale del ’74 senza vincerlo, ma sempre in Germania, a Monaco ’72, vincono il torneo olimpico. Nel ’76 si accontentano dell’argento: l’oro è della Germania dell’Est, il bronzo dell’Urss che schiera il blocco della Dinamo Kyev guidato da Oleg Blochin. Nel 1980 a Mosca i boicottaggi non influenzano il risultato finale: oro alla Cecoslovacchia, argento Germania Est, bronzo all’Urss di Dasaev.

Il cerchio si chiude dove lo abbiamo iniziato, a Seul ’88, dove arriva l’ultimo oro per il blocco sovietico con l’Urss. Da lì in avanti, l’ultima riforma di Under 23 più fuoriquota ha abbassato l’appeal del torneo: pochi soldi, troppi impegni. Le africane ne hanno approfittato per vincere gli ori mai vinti al Mondiale, inviando squadre di giovani vogliosi di mettersi in mostra. Per le europee, stavolta non è una condizione di inferiorità verso un blocco calcistico, ma una mancanza di interesse. Il Mondiale alternativo non c’è più. Peccato.

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