Elogio femminista di Melania Trump

La moglie del candidato repubblicano è vittima di attacchi sessisti, vittima delle stesse paladine dei diritti delle donne, che difendono solo le “signorine per bene”

Melania Trump è una bambolona. Nel modello unico di emancipazione femminile occidentale, dove si schifa più l’habeas corpus che il burqa, non può sperare di venire inclusa. Per questa ragione, Maria Laura Rodotà ha firmato, sul Corriere della Sera del 19 luglio, un articolo nel quale la liquida come una ex modella di mutande con l’accento slavo e inumano, maritata a un riccone, nel villone nel quale vive dando feste mondane travestite da eventi benefici. Una “bonona” assai lontana dall’impareggiabile Jackie Kennedy (e alla quale però vorrebbe rifarsi: ha dichiarato che se diventasse first lady si comporterebbe come lei, “in modo tradizionale”, cioè sorridendo, annuendo ed evitando sproloqui geopolitici), che era invece “appassionata d’arte, parecchio elegante, sobriamente carismatica nella tragedia”.

Ha potuto così esprimersi, Rodotà, senza passare per il tribunale marziale del sessismo e le forche caudine dell’indignazione (come è accaduto a Vincenzo De Luca per aver indirizzato un “bambolina imbambolata” a Virginia Raggi). Jackie Kennedy, l’ha ricordato brillantemente su Il Giornale del 20 luglio Valeria Braghini, non ha reso alcun particolare servizio agli Usa: ha fatto la suppellettile di suo marito JFK, che gli americani hanno assurto a icona morale e di stile sebbene (o forse proprio per questo) flirtasse con Marylin Monroe, alla quale Melania è di certo più affine di quanto avrebbe mai potuto essere Jackie.

A Maria Laura Rodotà, alla vecchia Europa, al femminismo iconoclasta e al progressismo conservatore del quale i populisti di mezzo mondo stanno facendo strame, Melania Trump disgusta perché è una molto più che emancipata: è una donna libera. La libertà è sempre pacchiana, ferina e impresentabile: Melania l’adopera con tanta disinvoltura che, nel Paese delle università che bandiscono Chaucer e Shakespeare perché troppo maschi e troppo bianchi, ha sposato un misogino tycoon venuto al mondo 24 anni prima di lei, indossando un Dior tempestato di 1500 Swarowski e tagliando una torta coperta con 3mila rose. Uno che ha zittito i repubblicani pro Ted Cruz pubblicando una foto della di lui moglie Heidi, sfatta e struccata, accanto a una di Melania, perfetta e splendente, con il seguente commento: “Non c’è bisogno di aggiungere altro”.

Se l’erano andata a cercare: avevano diffuso foto di Melania distesa nuda su una pelliccia di orso, accompagnata dalla didascalia “vuoi davvero che lei sia la tua first lady?”. Anche in quella occasione, nessuno fiatò. Nessuno parlò di reificazione del corpo delle donne. A nessuno interessò e a nessuno interesserà mai preservare Melania dalla strumentalizzazione che fa di lei la prova del nove della bieca immoralità di suo marito, sia perché nessuno vuole provare ad ammettere che Donald Trump sia la prova che con Obama qualcosa è andato storto (e, insieme, della schizofrenia della storia), sia perché difendere Melania significherebbe ammettere che per una donna essere padrona del proprio destino può concretizzarsi anche nell’amare un analfabeta o un razzista o un gretto; nel preferire le Loboutin alle Tod’s (assai care a Carla Bruni, nei confronti della quale l’Eliseo non ha maturato alcun debito di riconoscenza); nel voler fare la casalinga mantenuta; nel voler chiamare suo figlio con un patronimico; nel voler sostenere suo marito anche se è insostenibile, per la semplice ragione che è suo marito e lei, dentro a 1500 Swarowski, gli ha giurato sostegno eterno (nessuno le vieterà la svolta Lario, ma per ora sembra che i due si amino e approvino con una reciprocità assai rara).

Al femminismo iconoclasta e al progressismo conservatore del quale i populisti di mezzo mondo stanno facendo strame, Melania Trump disgusta perché è una molto più che emancipata: è una donna libera. E l a libertà è sempre pacchiana, ferina e impresentabile

“Non tutte le donne hanno gli stessi obiettivi e vogliono le stesse cose: siete sicure che aspiriamo tutte allo stesso livello di emancipazione?“, si legge in Libérez le féminisme!, pamphlet contro le femministe di Morgane Merteuil, escort e segretario generale di Strass, il sindacato francese delle prostitute, pubblicato qualche anno fa, ma cascato nella provocazione senza scalfire le benpensanti dell’emancipazione unica, come Maria Laura Rodotà, che ha usato Melania Trump per screditare suo marito esattamente come Jackie Kennedy usava i tailleur di Chanel per rassicurare gli americani sulla sua compitezza (e invece, è venuto fuori un paio di anni fa che fu la bizzosa amante di Marlon Brando, Warren Beatty, Paul Newman, Frank Sinatra, William Holden: tutta la storia è spassosamente raccontata in A life beyond her wildest dreams da Darwin Porter e Danforth Prince).

Come possono gli stessi governanti illuminati occidentali che ritengono rimovibile per via putschista Erdogan, democraticamente eletto dal popolo, chiedere poi allo stesso Erdogan di comportarsi virtuosamente dopo il golpe senza sentirsi ridicoli e senza rendersi conto di aver sabotato da soli la loro credibilità? Se lo chiedeva Paolo Mieli, ancora sul Corriere, nei giorni scorsi. Il livoroso, pseudo femminismo che verga il parental advisor di Maria Laura Rodotà e l’insofferenza dei circoli intellettuali verso Melania Trump, quando ne hanno abbastanza di impartire lezioni snob a suo marito, soffre del medesimo, paradossale problema che ci rende invisa la democrazia, quando toglie lo scettro alla giustezza morale stabilita per usucapione.

Per la dignità delle donne sfacciate e spregiudicate (o dal semplice aspetto sfacciato e spregiudicato), le femministe dovrebbero essere in prima fila a battagliare: evitando di farlo, sabotano da sole la loro stessa credibilità.

Continuando a fare solo le paladine delle signorine per bene, non potranno che rafforzare la diffidenza verso qualsiasi loro posizione, anche quando dovesse essere sacrosanta, legittima: è quello che, in fondo, sta accadendo alla politica, alla cultura, al pensiero. E questa prospettiva è assai più drammatica della possibilità che la prossima first lady americana sia una bonona anziché un’icona. Dopotutto, la first lady è affare di chi l’ha sposata.

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