Occident Ex-PressEntrare a Gaza è impossibile: Di Maio e i Cinque Stelle scoprono l’acqua calda

I grillini protestano per non aver avuto accesso alla Striscia di Gaza. Ma basta una telefonata a qualche prete e Ong per capire l'ossessione per la sicurezza di Tel Aviv. Le domande nei check point: «Quanto guadagni? Cosa significa che sei un prete? Tuo padre è morto? Non ci crediamo»

«Il governo israeliano ci ha negato il permesso di entrare oggi nella Striscia di Gaza». Così, l’onorevole Manlio di Stefano, del Movimento Cinque Stelle, la cui delegazione avrebbe voluto visitare il progetto di un’organizzazione non governativa italiana nella Striscia. Come se fosse un problema che riguarda i pentastellati. Si stupirebbe, forse – e con lui pure l’onorevole Di Maio, che ha rincarato la dose – nello scoprire le limitazioni a cui sono sottoposti i normali cittadini per viaggiare in Israele. Basta farsi un giro sul sito della Farnesina: ai coniugi di un/a palestinese, ai bambini sotto i 16 anni i cui genitori siano iscritti nel “Registro della Popolazione Palestinese”, agli stranieri il cui ingresso “non sarebbe normalmente ammesso” – qualunque cosa significhi – ma che hanno ottenuto un permesso speciale dal Coordinator of Government Activities in the Territories, agli attivisti delle ONG che operano nei territori palestinesi e a Gerusalemme Est. Sono tutte categorie di persone per cui anche i semplici visti di lavoro sono sottoposti a restrizioni. Gli viene vietato l’accesso a Gerusalemme Est e la possibilità di ripartire dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.

Hanno fatto presto i delegati del Movimento Cinque Stelle a scoprire la realtà durante il loro viaggio diplomatico. Sono passate meno di 24 ore fra le parole di incoraggiamento – “riavviare il processo di pace” e trovare una soluzione per il pluridecennale conflitto che insanguina il Medio Oriente – e lo sdegno dei tre grillini contro il divieto di accedere alla Striscia di Gaza. Motivazione? La Striscia è in mano ai miliziani di Hamas – hanno contestato le autorità di Tel Aviv – e quindi nessuno esce. Sopratutto, nel caso di specie, nessuno entra. E ancora: i recenti fatti di cronaca, con l’omicidio di una ragazzina israeliana con passaporto Usa a fine giugno, e l’accoltellamento di due passanti da parte di un palestinese di Tulkarem, o il lancio di un missile dalla Striscia su una scuola materna di Sderot – fortunatamente vuota – hanno fatto il resto, alzando il livello di tensione fra le forze di sicurezza israeliane. Nelle stesse ore in cui il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, dava in pasto alle rotative la nota: «Israele ci vieta di entrare a Gaza per visitare il progetto di un’organizzazione non governativa italiana pagato con i soldi dei cittadini italiani», l’esecutivo guidato dal premier Netanyahu annunciava un piano straordinario di sicurezza in 10 punti. Era intuibile che le porte della Striscia sarebbero state sbarrate. Non serivano dossier della Farnesia o dell’ambasciata. Bastava google news.

Di Maio e i grillini gridano allo scandalo per non aver avuto accesso alla Striscia di Gaza. Ma In Israele funziona così da decenni: turisti a cui viene chiesto quanto guadagnano e perché non sono sposati e preti che si sentono domandare: «Ma che mestiere è il suo? Quello dello psicologo?»

Eppure a Di Maio&Co sarebbe bastato qualche giro di telefonate fra attivisti, preti, giornalisti e semplici turisti prima della partenza per conoscere in anticipo le modalità con cui vengono gestite le frontiere in Terra Santa: «Quando entro in Israele si verifica più volte la stessa scena» racconta a Linkiesta un prete italiano meridionale che lavora con le minoranze cristiane in varie nazioni mediorientali. «I militari che scrutano il passaporto e domandano il perché delle mie numerose visite in Paesi come Turchia e Libano e poi domandano: “Che lavora fa?”». «Sono un prete». «Cosa significa “sono un prete”?». «Lavoro per la Chiesa di Roma». «E di preciso di cosa si occupa?» incalzano. E il prete italiano nel tentativo disperato di definire il mestiere di “sacerdote” chiarisce: «Ascolto le ansie delle persone e fornisco consigli su come alleviare i problemi della vita quotidiana». «Quindi è uno psicologo?», lo incalzano con scherno gli uomini della dogana.

A lui va un po’ meglio una volta entrati nel Paese. In un’occasione il suo autista ha commesso una manovra azzardata con l’auto, inversione a “U” e incidente con un altro veicolo che proveniva dal senso opposto di marcia. Si va in aula di tribunale con un rito super-abbreviato, ma per fortuna del prete il conducente dell’altra automobile era uno del milione e mezzo di arabo-israeliani che rappresentano quasi il 25 per cento della popolazione del Paese. Che pur avendo ragione da vendere si vede soccombere davanti al giudice. Perché se è vero che “l’unica democrazia del Medio Oriente” ha un suo codice penale, civile, amministrativo e quant’altro, resistono delle prassi consolidate anche nei Tribunali: «in buona sostanza il meccanismo è: ebreo contro arabo (non importa che sia musulmano o meno) vince ebreo. Ebreo contro resto del mondo vince ebreo. Resto del mondo contro arabo vince resto del mondo». Ed ecco che al prete, e al suo autista, viene riconosciuto un indennizzo per l’incidente con l’auto causato dalla loro manovra da non provare a casa.

«Quando entro in Israele si verifica più volte lo stesso siparietto» racconta a Linkiesta un prete italiano meridionale che lavora con le minoranze cristiane in varie nazioni mediorientali. «I militari che scrutano il passaporto e domandano il perché delle mie numerose visite in Paesi come Turchia e Libano e poi domandano: “Che lavora fa?”». «Sono un prete». «Cosa significa “sono un prete”?»

A Di Maio e gli altri grillini sarebbe bastato anche ascoltare la storia di R. – ragazza italiana che chiede di restare anonima – che ha viaggiato da turista con il suo fidanzato fra Israele e la Giordania nel 2015. Dopo aver cancellato da Facebook qualunque foto e commento che potesse vagamente indispettire Tel Aviv, dopo le polemiche infinite per la presenza sul passaporto di un visto cambogiano che per qualche ragione i funzionari della nazione del sud-est asiatico avevano “graffettato”, dopo i controlli di rito in aeroporto con domande cruciali per la sicurezza nazionale tipo «quanto guadagni?», o ancora «se siete fidanzati da 7 anni come mani non siete sposati?» e alla risposta «perché non abbiamo i soldi per il matrimonio» reagire con un «allora come vi siete potuti permettere questo viaggio?», sono arrivati i veri problemi.

«Mostraci una foto di tuo padre». «Mio padre è morto». «Non ci crediamo, stai mentendo». L’esperienza di una coppia italiana che voleva raggiungere il sito archeologico di Petra in Giordania passando da Israele. Fermati per quattro ore sulla frontiera di terra e interrogati

Non tanto negli aeroporti ma alle frontiere di terra. La coppia voleva andare in Giordania per visitare il sito archeologico di Petra, patrimonio dell’umanità, ma alla frontiera del ponte di Allenby i due sono stati interrogati. In uscita ma sopratutto per rientrare nei confini. Prima in stanze separate per quattro ore. Poi insieme per vedere se le versioni collimavano. «Che lavora fa tuo padre? Mostraci una foto». Purtroppo il padre del ragazzo era morto da diversi anni e non lui non portava con sé una foto. Una dichiarazione che secondo i militari del check point – che godono di un potere discrezionale come risulta a Linkiesta da vari racconti – la tesi della morte non convinceva.

Insomma, muoversi in Israele, soprattutto da e per Gaza, è praticamente impossibile da decenni. Oggi l’hanno scoperto pure i grillini. Meglio tardi che mai.

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