La formula perché l’America sia “great again”? La trovò Mussolini

In un antico filmato, il Duce parla in inglese e rivolge un saluto agli (allora) amici americani, lodando le comunità italiane immigrate negli Usa. È da lì che si costruiscono le fondamenta di un grande Paese, disse

Ci fu un tempo, ricordano autorevoli editorialisti più o meno ogni giorno, che gli immigrati eravamo noi. Cioè noi italiani. Quelli che, spinti dalla miseria e dalla fame lasciavano con la classica valigia di cartone le zone più povere del nostro Paese (meridione soprattutto, ma anche Veneto e un po’ di Piemonte) per cercare fortuna oltreoceano. Alcuni nell’America del Sud (tanti in Brasile e in Argentina, cui dobbiamo prodigi oriundi come Edér, per capirsi, tanti altri negli Usa, cui invece dobbiamo tutta la saga del Padrino et similia). Furono tanti: nel 1930, recitano le statistiche, gli italiani erano la componente più grande degli statunitensi non-nativi, circa 1,8 milioni, sparsi in particolare tra Connecticut, New Jersey, West Virginia e New York. Soprattutto a Brooklyn, alias Broccolino.

Non erano molto apprezzati. Contro di loro, nonostante fossero molto utili nello svolgere diversi lavori umili, c’era una notevole ostilità. Nel 1920 il Washington Post si permise di scrivere un editoriale contro gli immigrati dell’Europa del Sud, chiedendo maggiori restrizioni al loro ingresso con queste testuali parole: “questa schiumaglia straniera proveniente dalle fogne e dalle cloache del Vecchio mondo ha inquinato la limpida sorgente della democrazia americana”. All’epoca queste cose si potevano scrivere.

Eppure, come viene fatto notare ogni volta, la presenza e il contributo di questi stranieri fu fondamentale per alimentare la macchina economica statunitense. Lo stesso “sogno americano” nasce e accompagna le vite proprio di questi americani. Furono loro, insomma, a rendere grande l’America. To make America great. Lo ricorda, nel caso lo si dimenticasse, perfino un antico e insolito filmato in cui Benito Mussolini, all’epoca presidente del Consiglio italiano, lodava gli italiani in America.

In un accento stentato, il Duce esprime la sua gratitudine “alla nazione americana”. Un segno di amicizia in nome dei numerosi italiani che, “dall’Alaska alla Florida, dal Pacifico all’Atlantico”, vivevano negli Usa. Interessi mutuali che contribuivano a preparare un’era “ancora più luminosa” per entrambe le nazioni (più o meno), coronavano la fatica dei cittadini americani e di quelli italiani, “che lavorano per rendere grande l’America”.

Tutto questo torna di moda oggi (vedi, ad esempio, il Washington Post), cioè in un momento in cui il candidato ufficiale alla presidenza repubblicano Donald Trump dichiara, come slogan, di voler “rendere l’America ancora grande”, in inglese, “make America great again”. I più ostili al magnate newyorchese potrebbero trovare divertente la sua vicinanza a Mussolini, almeno nella formulazione della frase cardine dello slogan, ma sbaglierebbero: non la ha inventata lui, bensì Ronald Reagan.

Si potrebbe allora obiettare che per rendere l’America grande, Mussolini riteneva essenziale l’apporto degli immigrati, mentre Trump, per renderla “di nuovo grande”, trova la soluzione nel limitare gli ingressi agli stranieri. In ogni caso, sono pareri interessanti espressi da persone discutibili.

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