Perché l’Isis non rivendica (ancora) l’attacco di Istanbul

Lo Stato Islamico colpisce e tace. Secondo la Cia e il governo turco sono stati loro. Ma il silenzio di Raqqa è molto eloquente: l’attentato all’aeroporto sarebbe un avvertimento, non una dichiarazione di guerra

La Cia ne è sicura: è stato l’Isis. Lo stesso Erdoğan lo aveva ipotizzato poche ore dopo l’attacco. Dietro l’attentato all’aeroporto Atatürk c’è la mano di miliziani dello Stato Islamico. Avrebbero anche scoperto quali: un russo, un uzbeko e un kirghizo. La cosa strana è che l’Isis, di solito pronto a rivendicare attacchi in qualsiasi parte del mondo, non ha detto nulla.

Anzi, qualcosa ha detto: ha rivendicato l’uccisione di Rafael Mousa, un prete copto in Egitto, nel nord del Sinai. Il prete era considerato “un nemico dell’Islam”. E poi la strage del 29 giugno avvenuta nello Yemen, dove sono morte 42 persone in un attacco kamikaze. Qualche tempo prima, quando Omar Mateen aveva compiuto la strage a Orlando, il 12 giugno 2016, uccidendo 49 persone, l’organizzazione terroristica non ha perso tempo e si è accaparrata il gesto senza problemi. Nel caso della Turchia no.

La questione ha sollevato diversi interrogativi. Secondo questo articolo dell’Huffington Post francese, qualche spiegazione ci sarebbe. In primo luogo, dicono, l’Isis non ha mai rivendicato attacchi in Turchia. Questo non significa che non ne abbiano mai fatti, anzi. Il Daesh si muove in Turchia con una certa libertà e almeno la metà degli attentati sul suolo turco dell’ultimo anno sarebbe opera sua. Ad esempio, anche l’attacco di gennaio, che ha colpito diversi turisti tedeschi di fronte alla basilica di Santa Sofia, non è mai stato rivendicato. E lo stesso vale per quello a Diyarbikir di giugno 2015 e di Ankara dell’ottobre dello stesso anno.

Alcuni puntano su un legame “speciale” tra Turchia e Isis. L’atteggiamento turco, hanno notato più volte, non è mai stato trasparente. Lo stesso presidente della Russia Vladimir Putin, ai tempi dell’abbattimento del jet russo, ha ricordato il “doppio gioco” di Ankara, sottolineando come il petrolio dello Stato Islamico finisse, spesso, in Turchia. Erdogan, hanno detto da più parti, approfitterebbe della guerra all’Isis per colpire, in realtà, i curdi. Insomma, una grande ipocrisia e i miliziani di al-Baghdadi (sempre che sia ancora vivo) lo sanno.

Quando colpiscono, del resto, stanno attenti a non infierire sulla popolazione turca. Per loro, speculano alcuni (ad esempio, Kadri Gürsel su Slate), Ankara ha ancora una certa importanza e non vogliono tagliarsi i ponti. Al tempo stesso, però, hanno la necessità di mandare qualche avvertimento chiaro. Più o meno sarebbe questo, sostiene il ricercatore Romain Caillet “Sappiamo che sei sotto pressione, che fai il meno possibile, ma non devi aiutare la coalizione internazionale bombardandoci”. Rivendicare il gesto equivarrebbe a una dichiarazione di guerra. E l’Isis proprio non lo vorrebbe.

Insomma, la situazione è delicata. Il governo turco si è riappacificato con la Russia, ha aperto a Israele e sembra – sembra – intenzionato a chiudere la pratica Isis. Le speranze dei miliziani di mantenere viva l’ambigua posizione di Ankara, stavolta, sembrano lontane dal realizzarsi.