Pizza ConnectionQuei 24 mila ingiustamente detenuti

Basta una intercettazione mal trascritta, uno scambio di persona, una superficialita investigativa o una disattenzione del magistrato. 24 mila i casi dal 1992, ma quando non si tratta di politici o vip il tema perde interesse

L’Italia è quel Paese in cui dal 1992 a oggi lo Stato ha pagato 630 milioni di risarcimenti per ingiusta detenzione per un totale di 24 mila casi. In maggioranza signori nessuno, eppure il più classico garantismo «a targhe alterne», a parte qualche lodevole eccezione, si solleva solo quando i nomi sono noti, per di più politici o capitani d’industria.

Dedicato a quei nomi che subito si dimenticano è il progetto di due giornalisti e un avvocato che è stato prima un libro, poi un sito e infine è diventato un docufilm. I tre sono Benedetto Lattanzi, Valentino Maimone e l’avvocato Stefano Oliva che hanno lavorato a “Non voltarti indietro”, primo docufilm sugli errori giudiziari in Italia con la regia di Francesco Del Grosso.

«La genesi del docufilm – spiega a Linkiesta Benedetto Lattanzi – ha origini lontane. All’inizio degli anni ’90 dopo i casi Tortora e soprattutto quello di Lanfranco Schillaci (accusato di violenza sessuale nei confronti della figlia, salvo poi scoprire che si trattava di un tumore) ci siamo avvicinato al fenomeno iniziando a raccogliere storie e materiale sugli errori giudiziari». Quel materiale diventa il libro “100 volte giustizia” e sono raccolte cento storie dal 1948 al 1996. Da lì Lattanzi e il collega Maimone continuano a raccogliere storie, perché gli errori continuano a esserci.

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Ce ne sono tanti che i due si trovano a decidere se fare una seconda edizione di “100 volte giustizia” oppure virare su un progetto più ampio. Le storie sono diventate 675, così i due giornalisti decidono di aprire il sito errorigiudiziari.com e inserire un database. A loro si affianca l’avvocato Stefano Oliva, che tra quei 675 ha avuto diversi clienti e soprattutto si dimostra sensibile al tema.

In quella “enciclopedia” dell’errore giudiziario c’è di tutto. Dal noto caso di Giuseppe Gulotta, in carcere da innocente per 22 anni e risarcito con 6,5 milioni di euro, alla vicenda di Giancarlo Noto che per uno scambio di persona di un testimone oculare passa tre giorni dietro le sbarre, salvato poi da un test del DNA, passando per Patrick Lumumba coinvolto nel caso di Meredith Kercher.

Nell’archivio fa capolino anche Giuseppe Santangelo condannato ingiustamente insieme a Gulotta per la strage di Alcamo nel 1977 in cui persero la vita due Carabinieri. Gaetano Santangelo, si legge sul sito, era stato individuato come uno degli autori del duplice omicidio, insieme con Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Nella sentenza di primo grado, Gulotta, Santangelo e Ferrantelli vennero ritenuti colpevoli: il primo fu condannato all’ergastolo, gli altri due a 20 anni di reclusione. Poco prima dell’esecuzione della pena Santangelo fuggì in Brasile con Ferrantelli, dove entrambi ottennero lo status di rifugiato politico. Da lì presentarono, attraverso i propri legali, un’istanza di revisione del processo che fu accolta: la condanna fu cancellata e la Corte d’Appello di Catania stabilì un risarcimento per errore giudiziario di 1 milione e 100 mila euro a ciascuno di loro. Ma non è finita, perché i legali dei due hanno presentato un’ulteriore richiesta di 12 milioni di euro per danno patrimoniale, biologico e morale. Una richiesta analoga a quella presentata da Gulotta.

In Italia dal 1992 sono stati pagati 630 milioni di risarcimenti per ingiusta detenzione su un totale di 24 mila casi

Poi c’è Fabrizio Bottaro, designer di moda romani, 40 anni, che nel 2011 attraversa un calvario lungo 10 mesi. Accusato di rapina dopo il racconto di un testimone si scoprirà poi che Bottaro sul luogo semplicemente non poteva esserci: si trovava a Marbella in vacanza. Sarebbe bastato un controllo sulle liste dell’albergo oppure alle videocamere a circuito chiuso dello stesso.

Un virus quello dell’errore che si insinua soprattutto in fase di indagine, magari con la trascrizione di una intercettazione telefonica sbagliata che poi origina una interpretazione da parte della magistratura inquirente che va verso una direzione che non è quella giusta. In questo giocano dunque un ruolo fondamentale non solo i magistrati, ma anche periti e Forze dell’Ordine.

Insomma, c’è materiale sufficiente perché dal sito si passi al docufilm. A fare la proposta ai due giornalisti e all’avvocato Oliva è il regista Francesco del Grosso che ha curato la realizzazione del prodotto che ha iniziato il suo giro d’Italia, da Catania a Pesaro, passando per Ischia, mentre è atteso il 9 luglio all’Ortigia Film Festival e al Salento Finibus Terrae il 25 luglio.

Gli errori continuano, e spesso i magistrati italiani vengono accusati di un eccessivo ricorso alla custodia cautelare, cioè dell’arresto e detenzione prima del termine del processo. Errori che mai nessuno vorrebbe attraversare, ma che in Europa non sono una eccezione, e anzi da notare come in alcuni Paesi non esistano risarcimenti per ingiusta detenzione. «La Gran Bretagna – ha detto di recente a La Stampa Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e già presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione delle Torture – non prevede alcun indennizzo per ingiusta detenzione, la Bulgaria paga con grandi ritardi, mentre l’Olanda, per esempio, ha un meccanismo molto simile al nostro» e i numeri, conferma Palma, non sono granché differenti: «Penso che gli errori italiani rientrino nella fisiologia del sistema e non nella sua patologia. Mi pare anche che la riforma della responsabilità civile sia un buon compromesso, perché un giudice non può vivere sotto la spada di Damocle della causa, soprattutto in un Paese dove ci sono la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, che in genere hanno avvocati molto in gamba e molto ben pagati. Certo, bisognerebbe cercare di arrestare il meno possibile e anche lavorare di più sugli automatismi che portano all’applicazione della custodia cautelare».

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