Roma città morta, non è vietando i bagni nelle fontane che diventerai la Svizzera

Le ossessioni di una città disperata in preda all’istinto manettaro. Ondata di rabbia per le turiste che fanno il bagno nella fontana del Gianicolo. Mentre la capitale affonda. Tra inefficienza vera, burocrazia, spazzatura. E topi

La Roma di una volta avrebbe detto “Anvedi”, e la foto delle tre ragazzine che fanno il bagno nel fontanone del Gianicolo sarebbe stato uno dei tanti scatti di vita cittadina stampati sulle cartoline: qui da noi le fontane le hanno fatte apposta, per i pellegrini che arrivavano accaldati, e la gran disponibilità di acqua e il suo apparente sciupio è l’ultima traccia della grandezza imperiale che aveva costruito acquedotti e terme per tutti, quando nel resto del mondo si faticava ancora con i secchi e i pozzi artesiani.
La Roma moderna invece si arrabbia tantissimo, più o meno come se le ragazze fossero i topi di Tor Bella Monaca, oggetto dell’ultimissimo video-scandalo cittadino. Guidata dal tamtam di Roma-fa-schifo – celebrato sito di orrori capitolini – non si capacita e si indigna: «L’unica città con zero controlli e zero sanzioni in tutte le aree turistiche!»; «Andate a farlo in America, magari a Washington, e vedrete che cosa vi succede!». L’irritazione è tale da contagiare pure i giornali seri, come il Corriere che pubblica una fotogallery di bambini che si sciacquano la faccia a Piazza del Popolo o saltano tra i getti davanti all’Ara Pacis con la chiosa: «Ancora turisti che usano le fontane di Roma come piscine e lavapiedi: uno spettacolo che offende i romani e tutti coloro che amano la città».

Il primo ristorante chidren free, l’indignazione per due turiste che fanno il bagno nella fontana del Gianicolo: Roma, che non riesce a essere Milano o Torino per pulizia e civiltà di comportamenti, vorrebbe essere all’improvviso Ginevra o Losanna

La vicenda è minuscola. Ma l’ondata di rabbiosi commenti che ha suscitato dice molto dello stato d’animo della città. Una città dove, da qualche tempo, non si sopporta più niente e la gerarchia dell’indignazione è del tutto saltata, mette sullo stesso piano l’orrore per i cassonetti traboccanti di sorci e quello per il tedesco apoplettico che si rinfresca come può.
Roma è il posto dove ha aperto il primo ristorante children free italiano, ingresso vietato ai minori di cinque anni, e in tanti hanno applaudito: questi bambini piccoli sono uno strazio, non si sopportano. A Roma non si può andare né in spiaggia né a mangiare sulla spiaggia con un piccolo cane: i non-proprietari di animali non sopportano manco i bassotti, neanche se pesano due chili, e i gestori raccontano di super-multe ricevute dopo denunce anonime.
A Roma ti guardano male se accendi una sigaretta alla fermata del tram. Se tuo figlio gioca a pallone nell’area fitness della grande villa pubblica. Se col motorino suoni per chiedere un po’ di spazio e svicolare nel traffico. Roma, che non riesce a essere Milano o Torino per pulizia e civiltà di comportamenti, vorrebbe essere all’improvviso Ginevra o Losanna, ma non quelle vere: una Ginevra o una Losanna immaginarie, dove sono tutti ricchi, tutti si bagnano al circolo privato, tutti posteggiano l’auto nel garage da venti euro al giorno, e i bambini stanno a casa con le baby sitter francesi, i cani al parco col servitore indiano, nessuno fuma e il traffico non c’è perché si usa il taxi o forse il teletrasporto.

L’incarognimento per le tre ragazze del Fontanone del Gianicolo è frutto di questa irrazionale ossessione, ed è un pessimo segnale sullo stato d’animo della città. Nasconde cattiveria, e invidia malcelata per chi è giovane, libero, felice. Confonde i piani. Un bagno forse censurabile ma che non fa male a nessuno finisce accomunato alle devastazioni degli ultras del Feyenoord che vandalizzarono la Barcaccia. Qual è il modello di città che ha in mente questa nuova Roma arrabbiatissima? Davvero le ragazze al bagno sono come i topi?
Quand’è che abbiamo cominciato a fare confusione tra legalità e intolleranza, tra regole e bacchettonismo, tra ordine e istinto manettaro? Chi si ricorda l’Alberto Sordi del “Vigile”, inflessibile e ridicolo tutore dei regolamenti, sa quanto l’identità romana sia tradizionalmente lontana dall’ostentazione del rigore fine a se stesso. Eppure quel sentimento è cambiato. E ci si ritrova a invocare Mastro Titta contro gente che con 40 gradi all’ombra, reduce da tour de force tra i monumenti, lascia che i bambini si schizzino in piazza della Rotonda o sotto il Nettuno. «Uno spettacolo che offende i romani e tutti coloro che amano la città», amen.

Perché il lato oscuro di questa nuova città irritata da tutti è un sordo classismo, che assolve il ricco e il potente e se la prende con lo straccione, il morto di caldo straniero, le ragazze figlie di nessuno. La verità è che il sentimento che uccide Roma è la disperazione

Quello stesso pubblico feroce, trova normale che casa Fendi chiuda per un giorno Fontana di Trevi al pubblico per allestirci la sua magica serata con le indossatrici che sfilano lungo una passerella di plexiglass montata sull’acqua. Hanno pagato il restauro, è il minimo che si doveva concedergli, dicono le autorità. E di sicuro è vero. E però si potrebbe ripetere con i nostri Catoni del decoro: «Andate a farlo in America o magari a Washington», vedete se vi fanno chiudere il Ponte di Brooklyn per una sfilata, o usare la vasca del Lincoln Memorial per una serata di gala. Perché il lato oscuro di questa nuova città irritata da tutti è un sordo classismo, che assolve il ricco e il potente e se la prende con lo straccione, il morto di caldo straniero, le ragazze figlie di nessuno, dimenticandosi che il mito della Roma “da vedere una volta nella vita” l’hanno fatto un bagno nella Fontana di Trevi e una ragazza senza patente in Lambretta. La Roma della rabbia multerebbe Anita Ekberg e sequestrerebbe lo scooter a Gregory Peck per incauto affidamento: art 3 legge 689/81. Poi tornerebbe a casa sentendosi risarcita delle molte umiliazioni che sopporta ogni giorno, come se quella multa e quel sequestro la mettessero in pari con gli arbitrii della burocrazia, l’inefficienza di tutto, i giardinetti di quartiere rinsecchiti, le code sulla Tangenziale, l’asfalto lebbroso dei marciapiedi, le cartacce, le liste d’attesa all’asilo nido.

La verità è che il sentimento che uccide Roma è la disperazione. In una vecchissima intervista Enrico Vanzina disse che essere romani «significa venire da lontano e avere delle responsabilità intellettuali e di gusto», ma soprattutto «coltivare l’umorismo». Ecco, la città di umorismo è stufa. Vorrebbe vedere gogne ai crocicchi, e magari un altro rogo in Piazza Campo de’ Fiori, e castigamatti che girano bastonando venditori di rose, funzionari ladri e dipendenti Ama pelandroni allo stesso modo, con la stessa intensità. Per questo davanti ai turisti che si bagnano – come sempre hanno fatto, e come fanno in tutte le città del mondo quando fa molto caldo – urla «Vergogna!!» con tre punti esclamativi, e questa rabbia, questa accidia perenne, è il danno più grande che la malapolitica abbia fatto alla città, il pedaggio più grave pagato per questo decennio di degrado: perchè dei topi potremo in qualche modo liberarcene ma del malmostoso rosicamento che avvelena tutti, chissà…