Se Beyoncé e i Public Enemy capiscono la strage di Dallas meglio di Obama

Le parole più lucide e nette sul massacro di poliziotti compiuto da Micah Johnson, e su tutta la questione afroamericana, vengono da artisti pop. Mentre il presidente Usa affoga tra questioni diplomatiche

Dire che la musica leggera, per il popolo afroamericano, sia tutto fuorché leggera, credo, è dire una ovvietà. Dal blues al jazz, arrivando fino al rap e alla cultura hip-hop nel suo insieme, da sempre la colonna sonora uscita prima dalle capanne degli schiavi importati in America e poi dal ghetto, via via fino alla vetta delle classifiche, passando per il neoacquisito status borghese, è stata una parte portante della cultura afroamericana, capace non solo di raccontare meglio di altre forme d’arte lo zeitgeist e anche i cambiamenti, ma addirittura di veicolare messaggi capaci di alterare la contemporaneità, arrivando quindi a essere parte integrante stessa di quei cambiamenti.

È degli ultimi giorni la notizia dei fatti di Dallas. Martedì scorso a Baton Rouge, in Lousiana, un nero di nome Alton Sterling è stato ucciso dalla polizia, poi un altro afroamericano, Philando Castile, è stato ucciso dalla polizia a St. Paul, in Minnesota, ennesime vittime della violenza razzista della polizia. Un ex militare venticinquenne afroamericano, Micah Johnson, che impugna un fucile di precisione e decide di fare vendetta, arrivando a fare cinque vittime tra i poliziotti. Nel mentre, negli Stati Uniti di Barack Obama, primo presidente di colore ormai a fine mandato, altri afroamericani vengono uccisi da poliziotti, e le tensioni aumentano.

A raccontare meglio di chiunque altro questa situazione non è stato Obama, rientrato prontamente in patria da un viaggio presidenziale all’estero, né uno dei tanti intellettuali che animano la vita accademica a stelle e strisce, ma una cantante pop, Beyoncé

A raccontare meglio di chiunque altro questa situazione non è stato Obama, rientrato prontamente in patria da un viaggio presidenziale all’estero, né uno dei tanti intellettuali che animano la vita accademica a stelle e strisce, ma una cantante pop, Beyoncé. Chiaro che definire Beyoncé semplicemente come una cantante pop può suonare vagamente limitativo, ma la scelta delle parole non è mai casuale, e indicare come, in fondo, il ruolo che la sposa di Jay-Z, altro personaggio che in questa vincenda è stato in grado di dire la sua meglio di tanti politici e intellettuali, sia quello di cantare canzoni pop sta lì proprio a indicare come la musica non sia poi così leggera come qualcuno ha ben pensato di farci credere.

Così lei, che con il suo ultimo lavoro Lemonade ha cantato meglio di chiunque altro il nuovo femminismo, mettendo in piazza la sua storia di donna di successo tradita dal marito, vera o falsa che sia poco importa, il messaggio è chiaro e chiaro è arrivato alle tante donne afroamericane che si sono sentite legittimamente invitate a alzare la testa, oggi si trova a stigmatizzare i fatti accaduti, riportare sul giusto piano una parola idiota come “tolleranza”, mettere al muro i razzisti e chi vuole darci da intendere che il razzismo, nel 2016, non sia più un problema.
Queste le sue parole: «Noi non abbiamo bisogno di simpatia. Abbiamo semmai bisogno di rispetto da parte di tutti per le nostre vite. Questi veri e propri furti di vite ci fanno sentire impotenti e senza speranza, ma dobbiamo credere che stiamo combattendo per i diritti delle prossima generazione. Questa è una battaglia per chi si sente emarginato, per chi sta lottando per la libertà e i diritti umani. La guerra alle persone di colore e a tutte le minoranze deve finire». Standing ovation per la lucidità di Beyoncé, e per la sua capacità di trovare le parole giuste, anche nel momento in cui quelle parole non sono finite in un testo di canzone ma su un post di Facebook.
Parole altrettanto incisive, ma finite in maniera più consueta in un brano musicale, sono quelle scelte da Jay-Z, che stanco dell’ennesima violenza subita dal popolo afroamericano, ha deciso di pubblicare Spiritual, un brano in realtà scritto nel 2014 per l’omicidio di Mike Brown, altro ragazzo afroamericano freddato dalla polizia, e poi tenuto nel cassetto, consapevole che purtroppo ci sarebbe presto stata un’altra occasione per tirarlo fuori.

È notizia di queste ore come a ispirare il cecchino di Dallas siano state da tempo le teorie rivoluzionarie, e, diciamolo, in passato anche piuttosto folli, di Professor Griff, anima politica e Ministro dell’Informazione dei Public Enemy di Chuck D e Flavor Flav

Ma la musica afroamericana non è solo quella che in questi giorni sta raccontando in maniera così efficace questa vicenda che, si teme, non è destinata a sopirsi nel giro di pochi giorni, perché è notizia di queste ore come a ispirare il cecchino di Dallas siano state da tempo le teorie rivoluzionarie, e, diciamolo, in passato anche piuttosto folli, di Professor Griff, anima politica e Ministro dell’Informazione dei Public Enemy di Chuck D e Flavor Flav. Politiche, le sue, talmente radicali da averlo portato, nei primi anni Novanta, a essere poi allontanato dalla crew, molto politicizzata, il nome dice già molto, allontanamento poi rientrato.
Questo fatto, una presunta vicinanza tra Johnson e Professor Griff è diventato il lauto pasto dei media USA, che si sono buttati a pesce su questa faccenda per stigmatizzare i Public Enemy e cercare qualche cattivo maestro cui dare la colpa di questa strage. Professor Griff, ritratto in una foto che è presto diventata virale con Micah Johnson, e Chuck D hanno ovviamente preso le distanze dall’attentato, anzi, non hanno mancato di sottolineare come, ancora una volta, il vero problema, la mancata riforma della polizia, venga messo da parte per una nuova caccia ai fantasmi, i Public Enemy, decisamente più facile e utile da gestire.
«No, signor agente bianco, non addestro cecchini a uccidere i poliziotti» ha dichiarato Griff, e a lui ha fatto eco Chuck D, “Questa è una TRAGEDIA e quell’uomo aveva solo 25 anni. Di sicuro un caso di disturbo post-traumatico da stress. Raramente si inocula la saggezza nella rabbia e nell’energia di questa generazione. Noi dobbiamo insegnare queste cose.” Curioso come, ancora una volta, le parole più lucide arrivino da due cantanti, due rapper nello specifico. Forse sarebbe il caso di prestare più attenzione a cosa viene detto dentro le canzoni per capire meglio la realtà?