Trappole mentali: così politici e media influenzano la nostra opinione

Dalla vittoria della Brexit all’ascesa di Donald Trump: bisogna stare attenti non solo a quel che dicono, ma anche a come lo dicono

In occasione di un esperimento condotto nel 1974 dalla dottoressa Elisabeth Loftus e dal dottor John Palmer, ricercatori dell’Università di Washington, fu richiesto a 45 studenti divisi in gruppi da 9 di visionare una serie di video che mostravano degli incidenti automobilistici. Al termine dei filmati fu domandato agli studenti di stimare la velocità delle auto al momento dell’incidente. La cosa curiosa: la domanda fu posta in modo diverso ai vari gruppi, ma assai più sorprendente fu, per effetto di ciò, il tipo di risposte ricevute.

I risultati scaturiti dalle risposte del gruppo a cui fu chiesto a che velocità si fossero schiantate le auto e di quello a cui fu chiesto a quale velocità si fossero toccate suscitarono particolare interesse e furono poi oggetto di ulteriori approfondimenti. Gli studenti a cui fu chiesto a quale velocità le auto si fossero toccate risposero mediamente 51,2 km orari, un 22% in meno rispetto agli studenti stimolati dalla parola schiantate. Questo a dimostrazione che, sebbene gli studenti fossero di fronte alle stesse immagini, giocò un ruolo fortissimo nella loro percezione degli eventi la modalità, o meglio, la cornice di riferimento usata per contestualizzare il messaggio e porre loro la domanda.

È evidente che la parola schiantarsi evoca un senso del pericolo più forte rispetto alla parola toccarsi, quindi siamo portati ad associarla a una maggior velocità. Stimolare con la nostra comunicazione l’attenzione degli altri in una direzione piuttosto che in un’altra, allo scopo di manipolarne la volontà o influenzarne la percezione della realtà, è una modalità ricorrente a cui spesso oggi si assiste con un senso di impotenza.

Di certo un uso smodato di questi meccanismi è stato fatto durante la campagna referendaria che ha portato all’esito che tutti conosciamo con l’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna. Al pari con questa stessa modalità Trump sta conducendo la sua campagna negli Stati Uniti. Ma gli esempi purtroppo sono infiniti.

Questo dovrebbe far riflettere chi riveste una carica politica, chi in generale ha visibilità pubblica per il ruolo che svolge, o accesso massivo ai media (tra cui i giornalisti e chi redige i titoli) dell’importanza non solo di che cosa dire, ma di come dirlo o “etichettarlo”. Stimolare e richiamare l’attenzione attraverso cornici di riferimento che si fondano su trappole mentali e parlano spesso alla pancia e non alla testa delle persone, allo scopo di coartare o manipolarne la volontà, è subdolo oltre che pericolosissimo. Fu lo stesso meccanismo a cui si appellarono, di certo non inconsapevolmente, Mussolini e Hitler e i dittatori di ogni tempo.

Stimolare e richiamare l’attenzione attraverso cornici di riferimento che si fondano su trappole mentali è subdolo oltre che pericolosissimo. Fu lo stesso meccanismo a cui si appellarono, di certo non inconsapevolmente, Mussolini e Hitler e i dittatori di ogni tempo

Come difendersi, allora?

Da una parte diventando consapevoli di questi meccanismi e dall’altra abbandonando il ruolo di vittime che si accontentano di informazioni semplicemente urlate, che sfruttano le alterazioni indotte dalle nostre cornici mentali.

Conoscere con profondità aiuta a compiere le scelte più corrette. Forse se la ricerca di che cosa sia l’Unione Europea su Google fosse stata fatta non all’indomani della Brexit ma il giorno prima, ci saremmo evitati tanti mal di pancia, e chi ha usato le cornici mentali degli elettori a proprio vantaggio ne sarebbe uscito sconfitto.

È un dato di fatto incontrovertibile: siamo nell’era della comunicazione, giustamente veloce e sintetica. Ma velocità e sintesi sono due valori a patto che non diventino alibi per la tirannia della superficialità.