Insegnanti “deportati”? La soluzione c’è, ma facciamo finta di non vederla

Il vero nodo della questione: non ha senso che le procedure di assunzione vengano decise a Roma. Gli strumenti per cambiare questa assurdità procedurale sono a portata di mano

Come l’anno scorso è ripartita, ed e quasi gia finita, la polemica sugli insegnanti deportati. Le forze in campo sono sempre le stesse. Da un lato gli ex precari del sud piangono e si indignano: a fronte dell’anelata offerta del posto fisso viene richiesto loro di lasciare casa e famiglia e muoversi dove c’è davvero bisogno di insegnanti: e cioè verso il nord, più popoloso e dunque con più studenti.
Non l’avevano messo in conto, questo spostamento: avevano accettato vent’anni di precariato vicino a casa pur di non spostarsi, e ora sono spiazzati da un sistema che si fa guidare dal fabbisogno delle scuole. Perché precariato cronico, anche se vicino a casa, vuol dire discontinuità didattica per gli studenti, che ogni anno cambiano insegnanti.

Dall’altro lato della barricata c’è chi osserva da fuori, e non capisce. C’è un Paese con alta disoccupazione e crescita anemica, che ovviamente non accetta i lamenti degli insegnanti neoassunti. Si indignano soprattutto i più giovani, che per la stragrande maggioranza negli ultimi vent’anni hanno lasciato casa non per un posto fisso statale, ma per uno stage gratuito.

Giovani che hanno visto collassare il modello italiano in cui la spesa pubblica fingeva di creare lavoro e invece alimentava aspettative, parassitismo e clientele. Un modello perverso di cui le graduatorie di insegnanti precari che La Buona Scuola ha cancellato sono state il monumento più fulgido.

Giovani che hanno visto la mobilità come un’opportunità e non come una condanna. E che all’obiezione “ma voi non avete figli” rispondono non senza fastidio che se invece di uno stage avessero avuto condizioni diverse i figli li avrebbero fatti prima (mentre la media ISTAT per il primo figlio è salita a 35 anni, e continua a salire).

È una guerra senza esclusione di colpi, che scalda gli animi e affila le penne taglienti dei commentatori. Per qualche giorno. Poi i posti vengono assegnati, gli animi si quietano e ci si occupa d’altro.

È una follia assumere e gestire a regime un “parco insegnanti” di oltre 700.000 persone sparso in 40.000 scuole in tutto il paese con una procedura di assunzione e mobilità totalmente centralizzata

Senza accorgersi che non si è nemmeno sfiorato il cuore del problema. Che non si è guardato alle soluzioni del problema, che non sono le condanne morali, ma riguardano le ben più noiose policy organizzative. E che forse in parte sono già state considerate dal Governo.
Al centro del problema, prima ancora della demografia che è un fattore esogeno, c’è infatti il sistema di reclutamento degli insegnanti. Molto semplicemente: è una follia assumere e gestire a regime un “parco insegnanti” di oltre 700.000 persone sparso in 40.000 scuole in tutto il paese con una procedura di assunzione e mobilità totalmente centralizzata. Amministrata da un singolo ufficio a Roma, in un colpo solo e con un accentramento totale delle responsabilità.
Nessuna azienda, nessuna organizzazione complessa lo farebbe, se non per qualche decina di top manager: troppo alto il rischio di scontentare migliaia di persone in un solo colpo, quando si lavora su un corpus così vasto e martoriato da decenni di graduatorie e cambi normativi.

Troppo vulnerabile ai ricorsi, nel Paese più litigioso e cavilloso del pianeta. Vulnerabilità che diventa un affare per i “sindacati del ricorso” che costruiscono il loro business model esclusivamente sulla capacità di pescare a strascico su inefficienze anche marginali della gestione centralizzata: trovi il bug in una procedura che riguarda decine di migliaia di persone, chiedi poche centinaia di euro a migliaia di prof delusi, organizzi un mega ricorso, blocchi il sistema, e ci guadagni. Un sacco di soldi. Pare che lo slogan più diffuso tra i sindacati della scuola non sia più “riempiremo le piazze” ma “vi seppelliremo di ricorsi”.

È insomma, un sistema che manca di resilienza. Per aumentarla, bisogna decentrare. Comprensibilmente la grande tornata di assunzioni de La Buona Scuola – un’infornata mai vista, che con oltre 160.000 assunzioni in quattro anni, ha assestato la mazzata finale al precariato cronico – è stata gestita centralmente.
Troppo grande il retaggio del passato, troppo variegate le situazioni locali. Serviva un colpo netto, anche a costo di scontentare molti. E così è stato fatto.
Ora serve decentrare, con più coraggio e senza perdere il controllo. Serve un sistema in cui ogni scuola possa scegliere in autonomia i suoi docenti e sostituirli se necessario, con procedure e responsabilità molto più vicine al “punto di erogazione” del servizio e ai suoi bisogni. Perché una scuola dell’Aspromonte ha necessità diverse di una al centro di Milano, e un funzionario, del Ministero, per quanto competente, non può e non deve farsene carico.

Perché una scuola dell’Aspromonte ha necessità diverse di una al centro di Milano, e un funzionario, del Ministero, per quanto competente, non può e non deve farsene carico

E il Ministero, il sacro depositario delle facoltà assunzionali, cosa dovrebbe fare? Si limiti – e non è poco – a fissare standard nazionali per la docenza (anzi, a proporne di europei), e obiettivi minimi per le scuole. E tutti i soldi e il tempo che usa per i concorsi (e i conseguenti ricorsi) li spenda in un sistema serio e implacabile di valutazione ex post, con uso massiccio di dati, analisi quantitative e qualitative, e molti piu ispettori. Questi sì scelti centralmente, a garanzia del rispetto di livelli minimi nazionali che oggi – ce lo dicono i test invalsi – non sono rispettati neanche lontanamente.

Quanto siamo lontani da questo obiettivo? Poco, anche se sembra strano a dirsi. Perché gli strumenti del cambiamento sono a portata di mano. Primo strumento: dopo che sei ministri prima di lei hanno fallito, il Ministro Giannini ha messo in piedi un sistema funzionante di valutazione: ogni scuola produce ogni anno 49 parametri comparabili tra loro e visibili sul sito www.cercalatuascuola.it Da quest’anno i presidi saranno valutati sulla base di questi parametri. A loro volta, per la prima volta saranno valutati anche gli insegnanti. Una novità che avrà portato consenso zero, ma che a lungo termine inciderà sulla scuola più di bonus e assunzioni.

Secondo strumento: poche settimane fa è stato messo a punto – guarda caso senza il consenso finale dei sindacati – il sistema di chiamata per competenze dei docenti, che permetterà a ogni scuola di chiamare i professori che gli servono sulla base del loro curriculum e della sua coerenza con il progetto didattico dell’istituto.
Libertà di scelta associata a misurazione e valutazione ex post: è la via da percorrere, per evitare che l’assunzione di un insegnante diventi un affare di stato, e in quanto tale sia gestita in maniera meccanica e insensibile. Con la freddezza degli algoritmi e la fallacia sistemica delle burocrazie accentratrici.
Sembrano piccoli passi, aggiustamenti minimali. E lo saranno, se si lascerà che la macchina burocratica fagociti e snaturi il merito delle riforme. Ma il cambiamento, piaccia o no, avviene toccando i gangli organizzativi delle strutture complesse. Alleggerendoli, responsabilizzando e misurando. Con in testa un’idea fissa, che le polemiche sui deportati ci fanno dimenticare : bisogna fare contenti gli utenti – che sono famiglie e studenti – prima degli operatori – gli insegnanti.

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