Perché i giapponesi non riescono mai a dire “no”

Una parola facilissima che, laggiù, non viene mai pronunciata. Un rifiuto causa sempre dolore a chi lo riceve e nell’impero della delicatezza si cerca in tutti i modi di evitarlo, elaborando un fitto sistema di risposte che, girandoci intorno, permettono di indorare la pillola

Ci sono cose che i giapponesi non dicono. Ad esempio, “no” (in giapponese:いいえiie). È una parola maleducata e – se possibile – si preferisce evitarla. Negare è brutto, antipatico, antisociale. Esiste piuttosto una fitta serie di espressioni, più o meno contorte, che può benissimo svolgere la medesima funziona. Come spiegava in modo ironico Dave Barry nel suo libro del 1992 Dave Barry Does Japan, le corrispondenze tra giapponese e inglese (americano) sono più o meno così:

Sembra esagerato – specie la parte sulla capra – ma centra il punto: i giapponesi sono educati al punto da non voler mai (proprio mai) infliggere al proprio interlocutore il dolore di incontrare un rifiuto (che nella loro lingua ha anche un nome specifico: “meiwaku”). Questo tratto culturale potrebbe sembrare anche simpatico e rispettoso. Ma prima di pensarlo aspettate e chiedete indicazioni stradali: non ammetteranno mai di non sapervi aiutare, e vi daranno suggerimenti confusi e sbagliati, per poi fuggire rossi di vergogna.

Nella vita, però, è importante imparare a dire dei “no”. E visto che la parola iie è quasi tabù, il parlante giapponese ha a disposizione un frasario complesso, ampio e ricco di sfumature a seconda del livello di educazione che si vuole mostrare.

Il più delicato è un semplice chotto muzukashii desu ne, cioè “questo [che mi chiedi] è un po’ difficile”. Segue, per chi merita meno attenzione, un chotto kitsui desu ne, traducibile con “questo è un po’ scomodo” – come si nota, la parola più indicativa è chotto, che significa “un po’”, cioè “un po’ di difficoltà”. Ancora più maleducato: chotto jikan kakarimasu ne, cioè “questo richiederà un po’ di tempo”, e se proprio insiste, mostrare che chotto komarimasu ne, cioè “questo mi sta creando un po’ di disagio”, o proprio lasciarsi andare a un chotto muri kana, “questo è un po’ oltre le mie possibilità”, ossia il modo più esplicito per esprimere un rifiuto.

Oltre a questo, si può dire, un giapponese nel pieno possesso delle sue facoltà non va. Perché dire no, laggiù, non si può. Nemmeno agli stranieri.

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