Poeti, rompete l’ultimo tabù e scrivete versi sui vostri soldi

Scrivono poesie sui moti dell’anima, ma non riescono a rendere ragione della loro (misera) dichiarazione dei redditi. Il mondo della poesia ha dei non-detti che si trascina da millenni, e forse dovrebbe cominciare a levarseli

Da che mondo è mondo, i poeti parlano di disagi esistenziali, eterni e immutabili. Scrutano le pieghe dell’anima, gli abissi dell’essere, esplorano i confini del linguaggio, inventano idee e punti di vista. Sono in pochi e per pochi. E parlano di tutto, con la sincerità di uno sguardo aperto e privo di paura. Parlano di tutto, tranne di una cosa: dei soldi. In particolare, dei propri soldi. Come mai?

È strano. Salvo rare eccezioni, i poeti sono squattrinati. Come si ricorda qui, di solito sono intellettuali che per campare insegnano nelle scuole o – se va bene – nelle università. A volte fanno tutt’altro, ma in generale passano gran parte del loro tempo a misurare le spese, a contare i centesimi, a moderare i desideri. Il denaro, soprattutto quello che non c’è, è per forza un pensiero ricorrente (e angosciante) della loro giornata. Perché non riesce mai a superare il filtro della pagina? Perché non diventa mai un verso? La cosa bizzarra è che esistono anche poeti ricchi, pochi fortunati che scrivono versi dalla piscina tra una partita di tennis e l’altra. Ma nemmeno loro, che pure potrebbero avere meno vergogna, parlano di soldi.

Come tutte le cose, anche la poesia – che pure vuole indagare, raccontare, rappresentare – vive di convenzioni e di convinzioni. E di soldi, in poesia, non si parla. È una regola, come in tutte le buone compagnie. Non sta bene, è volgare, non è poetico. Si parla delle proprie emozioni, ma mai delle proprie ristrettezze. Si elencano i dubbi, ma mai i debiti. Si studiano le condizioni esistenziali, ma i tassi dei mutui – che pure contribuiscono alle suddette condizioni esistenziali – non hanno cittadinanza. Al massimo si fa una denuncia, si descrivono le condizioni dei ceti più bassi della società, si fa una critica. Le povertà ci sono, in poesie. Ma basta che non siano quelle del poeta.

Da un lato è ovvio: ci si vergogna. Dall’altro c’è una tradizione alle spalle che fa da esempio. Perfino nel XIII secolo, in Italia, la crescita del ceto borghese dei comuni, dei mercanti, delle prime banche, è legata in modo vitale ai soldi. Ma nessun poeta – né Dante, né Guido Cavalcanti, né Guido Guinizzelli – vi fa cenno. Si parla di anima, di amore, di sensi. L’unico (e non a caso è un controcanto) è Cecco Angiolieri, che però si fa beffe di quel mondo e di quella poesia – di fatto, legittimandola come l’unica possibile.

E allora è tempo che i poeti, se vogliono scrivere qualcosa di vero (ma non è detto che sia necessario, né che sia poetico), non hanno da andare lontano. Basta che aprano il loro portafoglio e guardino il poco che c’è dentro. In tanti capiranno cosa vuol dire. Molti forse la leggeranno, e la faranno leggere, ritrovando le proprie preoccupazioni. E se la poesia è scritta bene, se è anche sincera, potrebbe perfino diventare l’inno di una rivoluzione.

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