Ostia è l’inferno da decenni, accorgersene ora è solo ipocrisia

Benvenuti nella realtà. Sono decenni che Ostia è abbandonata alla violenza e all’illegalità, e alla totale assenza della politica. Bene la condanna e l’indignazione per il gesto di Spada, ma per favore, non facciamo Alice nel paese delle meraviglie

Ma che cosa credevate che fossero i clan, ma come la pensavate Ostia? Come una fiction, un soggetto televisivo, come Suburra col capoclan bello e dannato, Spadino, Samurai, «divelti tra machismo e tenerezza» come ha scritto qualche recensione?

E pensavate fosse un romanzo di formazione la storia di questi Spada, credevate fossero attori? Ostia è una testata in faccia, a bruciapelo, al giovane cronista che insiste troppo nel fare le domande. Ostia è quel tipo di violenza lì, che non si ferma nemmeno davanti alla consapevolezza delle telecamere e quindi della certa condanna giudiziaria, anzi: la capocciata televisiva servirà in futuro a fare curriculum, a deliziare gli amici (come si è visto su Fb), a confermare il mito.

Ostia come l’abbiamo vista nel video del giornalista Daniele Piervincenzi è la migliore spiegazione del perchè lì, sul litorale di Roma, ormai votano solo parenti e amici dei candidati: domenica scorsa è andato ai seggi il 36 per cento degli aventi diritto, il venti per cento in meno rispetto a due anni fa. Due su tre non credono più né alla destra neé alla sinistra, né al Cinque Stelle né ai preti (c’era un sacerdote in lista) e c’è da immaginare che pure se si candidassero Joe Petrosino o i redivivi Berlinguer e Almirante, quei residenti a Ostia resterebbero a casa.

Non ci credono più, e come dargli torto? Qui, un anno fa, hanno arrestato pure il capo del commissariato di zona: lavorava per uno dei boss locali delle sale gioco dando una mano per i permessi, avvertendolo delle ispezioni e chiudendo un occhio quando lo vedeva insieme al capoclan Ottavio Spada (fratello di Roberto, quello che ha picchiato il giornalista). Di chi volete che ci si possa fidare, qui? Dei partiti?

L’ultimo politico serio che hanno visto è probabilmente Marco Pannella: fu eletto presidente del Municipio nel ’92, e anche allora Ostia usciva da un commissariamento sempre per gli stessi motivi: tangenti, racket, usura, abusivismo governato dai clan (più o meno gli stessi clan di oggi). Sono passati quasi trentanni e siamo sempre lì. Sulla mafia di Ostia girano serie tv di successo, ma la mafia di Ostia se la comanda ancora, e di Pannella in giro non se ne vedono da un pezzo.

Dunque bene la condanna, bene l’indignazione, bene tutto. Ma per piacere, non facciamo Alice nel Paese delle meraviglie. Non serviva la testata a un cronista per capire che Ostia è fuori controllo, che alle porte di Roma lo Stato cede il passo all’interesse delle bande e che la politica risulta da tempo sovrastruttura: clan che resistono da tre generazioni sono in grado di stipulare patti con tutti. Stavano alle calcagna del Pd quando governava, poi fecero la corte ai Cinquestelle, costringendo Beppe Grillo in persona a intervenire dopo un messaggio degli Spada di sostegno al movimento. Ora sembrano tifare Casapound, perché magari scommettono sul successo della destra. In realtà chiunque vinca sapranno aggiustarsi come piace a loro, un po’ con le buone e un po’ con le cattive.
Con il senno di poi, forse a Ostia sarebbe stato meglio non votare per niente. Meglio lasciarla al Prefetto ancora un po’, questa città, e tentare la via della bonifica prima di restituire lo scettro ai partiti. Ma ormai è fatta. Ormai, vada come vada. Proviamo solo a capire che non è un film, che questi non sono attori «divelti tra machismo e tenerezza». Sono delinquenti veri. Fanno male.

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