Boncinelli: «È irrilevante parlare di ”razza”, è importante il giudizio di valore che se ne dà»

Secondo lo scienziato Edoardo Boncinelli «non importa se le razze esistono o no», quanto l’uso che si fa di questo concetto. Conta e diventa grave se viene utilizzato per marginalizzare, discriminare, colpire il diverso

Poche parole suscitano più scandalo di “razza”. In particolare se vengono dette da un politico di destra. È successo con Attilio Fontana, candidato alla guida della Lombardia, che in un’intervista per Radio Padania ha spiegato di voler difendere, di fronte all’arrivo di migranti africani, la “razza bianca”. Nulla di nuovo, a pensarci bene. Tranne – forse – l’utilizzo (o sdoganamento?) di un termine tabù. Un “lapsus”, ha detto di fronte alle reazioni indignate. E comunque – ha aggiunto – si parla di razza anche “nella Costituzione italiana”. E questo è vero, ma la sensazione è che c’entri poco.

In ogni caso, “razza” è parola difficile da maneggiare con serenità. Le ragioni, legati soprattutto alla storia recente del novecento, sono evidenti. Ma forse il punto è anche un altro. Lo suggerisce, tra il serio e il faceto, il celebre scienziato Edoardo Boncinelli, intervenuto sulla questione con uno status su Facebook un po’ sibillino: “Non è importante se le razze esistono o no, ma se questo ha o non ha importanza”, ha detto. Lasciando senza risposta i commentatori curiosi di comprenderne il senso.

Cosa significa questa frase?
Quello che ho detto: che la razza non è importante se io non associo un giudizio di valore che riguarda tutti i membri che ne fanno parte. E che li caratterizza.

A quel punto si parla già di razzismo, però.
Il razzismo è la tendenza, più o meno innata, di attribuire valori morali, o cognitivi a una razza – perché l’intelligenza, si sa, la cosa più importante per noi esseri umani. Quando si fanno distinzioni morali, in generale, si insiste su cose come “perversione”, o follia.

Scusi: in che senso “più o meno innata”?
Guardi, per me è proprio innata, nonostante quello che si dice.

Cioè?
Che tutti i bambini, di fronte al diverso, si spaventano. Cercano ciò che è uguale a loro, e si fidano. Noi esseri umani siamo animali, è inutile. Ragioniamo in modo diverso da come vorremmo, da come ci piacerebbe. Però questo non vuol dire che con la cultura, l’educazione e il confronto non si possano superare queste ostilità infantili, questi meccanismi di difesa.

La cultura e la scienza: secondo quest’ultima le razze non esistono.
È un discorso che non capisco. O le razze esistono o non esistono. Ci sono per i fagioli e per gli animali, non vedo francamente perché non debbano esistere per gli uomini.

Che intende?
Chiariamoci. “Razza” non è un termine scientifico. È una parola colloquiale, che si usa tutti i giorni. La scienza, cioè la biologia in questo caso, non dà mai una definizione di razza. E, se vogliamo ben vedere, ha anche problemi a dare definizioni di “specie”.

Cosa è una specie, allora?
Al momento attuale, secondo la definizione più diffusa, le specie sono composte da animali che, se si accoppiano, generano prole. Sono cioè interfecondi. I gruppi di animali che, pur accoppiandosi, risultano sterili o generano ibridi sterili (ad esempio il mulo o il bardotto, figli di asini e cavalli), appartengono a specie diverse. Gli uomini, per questo motivo – ma anche per il fatto che tutti possono imparare una lingua – risultano tutti appartenere alla stessa specie, essendo interfecondi.

Vale anche per i Neanderthal, visto che – dicono alcune scoperte – esistono delle loro tracce nel nostro patrimonio genetico?
Secondo questa definizione, sì, anche se in molti sarebbero restii ad ammetterlo. Purtroppo non si possono difendere perché non ci sono più. Anche per colpa nostra.

Uscendo dal campo scientifico, parlare di “razza” in politica, però, è ben diverso.
È perché, in generale, la politica si approfitta di tutto. Istruzione, sessualità: c’è un argomento che può essere utilizzato per parlar male di qualcuno? Allora lo usa. La “razza”, poi, ha una storia sua e, come sappiamo, gode di una cattivissima reputazione, per tante ragioni. A causa degli esperimenti condotti nella prima metà del ’900, per esempio. E sopratutto dell’esperienza nazista. In altri Paesi però è un termine che viene utilizzato in modo corrente.

Ad esempio negli Usa.
Proprio così. Viene utilizzato tutti i giorni. Ma anche in Italia, se si va a vedere, è presente nella Costituzione.

Ma questo parlare di razza, però, gira intorno a un problema più grande. Il razzismo. Lei teme che, la politica, sdoganando queste parole e concetti, possa farlo tornare?
Ho paura che sì, lo rivedremo. Vede, l’argomento della “razza superiore” è troppo forte perché, prima o poi, non venga adoperato ancora, in qualsiasi parte del mondo. Ma è solo una parte del problema: pensi al conflitto tra Palestina e Israele. Dal punto di vista biologico, sono uguali. Eppure si odiano, si ammazzano. E le segregazioni, le discriminazioni in atto fanno parlare di “razzismo”. Ma è un concetto diverso, più ampio.

È più un sinonimo di intolleranza, di discriminazione.
Non è legato alla razza. Solo negli Usa, forse, conserva ancora il suo senso originario, etimologico. Ormai è impiegato per descrivere atti di intolleranza e di ostilità per il diverso. Anche se non c’è di mezzo la differenza tra le razze, è comunque un dramma: un problema duro da digerire.