Concita De Gregorio firma un brutto libro su De André…Ma a lui piaceva leggere Alvaro Mutis

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. Le canzoni di Faber vengono ridotte a racconti didascalici. L'ennesima operazione commerciale per spillare soldi. Meglio leggere lo scrittore ghibellino e anarchico che amava De André.

Il bastone. In uno dei libri più folli di questa triste stagione letteraria, Guida alle reliquie miracolose d’Italia (stampa Quodlibet, ne parleremo, delibando, a tempo debito), Mauro Orletti ci ricorda che del corpo del santo, come del maiale, non si butta via niente. Denti, capezzoli, capelli, unghie, narici, sangue, dita, lembi della veste, porzione dell’arcana minchia (il “Santo Prepuzio” di Gesù, miracolosamente moltiplicato, presente in “12 città”). Ogni santissima fetta del corpo del santo ha poteri taumaturgici ed è degna di essere adeguatamente conservata. Soprattutto, la reliquia – meglio se fasulla – ha un prodigioso potere economico. Fa fare un sacco di soldi a chi la detiene. La reliquia più succulenta, oggi, in tempi desacralizzati, si chiama Fabrizio De André. Tutti, come rapaci vampiri, vogliono succhiare il sangue del cantautore, sarchiare il suo immaginario, dissezionarne gli arti.

Così, intorno alla fiction – imbarazzante – Fabrizio De André. Un principe libero, visto che del santo cantante non si butta via nulla, Giunti, in combutta con la Fondazione Fabrizio De André Onlus, ha pubblicato l’inquietante Princesa e altre regine, che è poi una antologia di “20 voci per le donne di Fabrizio De André”, che è poi l’ennesimo modo – ecco motivato l’aggettivo inquietante – per far soldi sul corpo del santissimo. A firmare il “progetto” – manco fosse Calatrava o Niemeyer – Concita De Gregorio, arcana creatrice di reliquie in vitro, che spiega l’impresa con l’innocenza di un demonio: “Questo libro è nato così. Dalla meraviglia di trovarsi in tante, insieme, ad ascoltare, condividere e curare… Allora in venti, qui, abbiamo ascoltato la musica, condiviso le parole, curato queste pagine”. Con spudorato candore Concita giustifica il fancazzismo a filosofia editoriale, ad alata visione estetica.

Insomma: si sono messe in venti, ai venti dell’ovvio, ad ascoltare le canzoni di ‘Faber’. E come se non bastassero quelle parole, ne hanno aggiunte di altre, che tracotanza. Eresia pura, vanità sparpagliata come eroina. In effetti il tomo – elegantemente allestito come pacco dono, anzi, come un ‘pacco’ e stop – è abborracciato alla buona, è scoraggiante. Esempi sparsi. La delicatissima Ave Maria di De André viene corrotta da Melissa Panarello con una storia ‘telecomandata’ (Maria è una streghetta di Napoli messa incinta da Cem, albanese, che “lavora al banco di frutta di Turi ’u Suggi”, ma il padre di lei, torvo e cattivo, visto che “tuo figlio è italiano perché è nipote a me”, la obbliga a sposare Giuseppe Nicosia, un vecchio che, guarda un po’, fa “il falegname”). Poi c’è Francesca Borri che rilegge Jamin-a in salsa erotico-israelo-palestinese ed Emmanuela Carbé che deturpa Tre madri facendone una liturgia buonista (“Di Maria Vergine madre di Dio dovremmo sapere tutto e sappiamo ancora meno, non sappiamo della sua assenza di mestruazione, della sua felicità o terrore”).

Che tristezza vedere Che ti tagliassero a pezzetti ridotta a un racconto didascalico, in alfabeto morse dell’arte letteraria, con lei che s’accoppia a lui (“mi prese per mano e aveva le dita fredde di un uomo emozionato”: frase flaccida come il corpo di un rospo), poi il destino li accoppa, lei vede “il chitarrista” alla stazione (“io avevo il tailleur grigio dell’incontro col cliente”, scrive la pedante Lorenza Pieri, dacché la canzone di De André fa: “presa in trappola in un tailleur grigio fumo”) e cementa l’amarcord in patetica indifferenza. D’altra parte, tra il racconto più interessante della sgangherata raccolta (quello di Maria Grazia Calandrone) e la canzone affidata (La ballata dell’amore cieco) le connessioni sono così evanescenti che il racconto potrebbe star bene in qualsiasi altra antologia, ma anche da solo.

Perfino la crema femminista che da odore al tomo è rancida: le fotografie di Guia Besana (esempio: pagina 247) raffigurano una moderna Bocca di rosa di olimpica bellezza, fossero tutte così… così discriminano le femmine normodotate. Ad ogni modo, non si capisce a chi giovi il volume, non certo economico. Ai fan di De André? No. A loro bastano i dischi di Faber. Ai lettori ‘forti’? No. Perché questo è un progetto puramente commerciale, c’è nulla di bello da leggere. Ah, già. Il libro, come una reliquia contraffatta, serve a spillar denaro al prossimo, che beato intento. Ad ogni modo, toccatevi le palle e turatevi gli occhi. Nel 2019 sono i 20 anni dalla morte di De André. Chissà che stuolo di reliquie tireranno fuori. Il sangue del cantautore in ampolla. La chitarra in vitro. Le ciglia in formaldeide. La ciocca di capelli aureolata dall’ambra. L’ugola sotto spirito. Tutto venduto a caro prezzo. Concita fa il banditore.

Princesa e altre regine. 20 voci per le donne di Fabrizio De André, un progetto di Concita De Gregorio, Giunti, 2018, pp.320, euro 20,00

La carota. Prinçesa – non me ne voglia la strega Concita – è la canzone più brutta dell’ultimo album di Federico De André, Anime salve, che non è certo il più bello. Prinçesa apre la lista; sigilla il disco Smisurata preghiera, canzone di smisurata bellezza che è una summa di versi tratta dalla Summa di Maqroll il Gabbiere, opera somma del colombiano Álvaro Mutis, tra i grandi scrittori latinoamericani di sempre. Durante anni spensierati, avevo rintracciato ogni verso di De André, di ossessivo nitore (“Alta sui naufragi/ dai belvedere delle torri/ china e distante sugli elementi del disastro/ dalle cose che accadono al disopra delle parole/ celebrative del nulla/ lungo un facile vento/ di sazietà di impunità”), nell’opera di Mutis.

Diventai – facile gioco – un fan di Mutis e del suo inquieto alter ego, Maqroll, figura che somma in sé l’istinto di un Chisciotte, l’abisso del Marlow di Joseph Conrad e l’irredento fascino di Corto Maltese. Per prima cosa, dissezionai con la penna il libro di poesie, grave di frasi memorabili (“passa uno storno di bestie liberate in un volo silenzioso e semplice – nelle loro gole rosate riposa il grido definitivo e sicuro”; “un dio dimenticato guarda crescere l’erba”). Poi passai ai romanzi. Da La neve dell’ammiraglio a Ilona arriva con la pioggia e Un bel morir. Infine, mi avventurai nelle opere laterali – dove Maqroll appare tra specchi e interferenze – come Abdul Bashur, sognatore di navi, L’ultimo scalo del Tramp Steamer, La casa di Araucaíma.

Nel 1993, nelle Note per un improbabile curriculum vitae, Mutis scriveva, “Non ho mai partecipato alla vita politica, non ho mai votato e l’ultimo fatto che a dire il vero mi preoccupa in questo campo e che mi riguarda e interessa in modo pieno e sincero è la caudta di Costantinopoli per mano degli infedeli il 29 maggio 1453”. Mi incuriosì ragionare sul fatto che De André, altrimenti stritolato dagli alchimisti dell’ideologia come un cantautore di ‘temi sociali’, amasse uno scrittore che si dichiarava “ghibellino, monarchico e legittimista”. La cosa, invece, che mi fa incazzare è che in libreria si trovano pile dell’improbabile Princesa e altre regine mentre alcuni libri di Mutis, fatalmente decisivi, Gli elementi del disastro (Le Lettere, per la cura di Martha Canfield) e le Storie della disperanza, ad esempio, sono introvabili, non ci sono più. Tra la maga Concita e il grande Mutis, De André saprebbe chi scegliere.

Álvaro Mutis, Summa di Maqroll il Gabbiere, Einaudi, 1993, pp. 344, euro 17,50

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