Basta bufale: le isole di spazzatura galleggianti non esistono. Ma l’allarme sì

Si parla di "garbage patch" e si immaginano continenti fatti di spazzatura, lavatrici galleggianti su bottiglie di plastica e vasetti di yogurt. Non è così, anzi. Il problema è meno evidente e molto più grave

Ci sono cascati in tanti (compresa Linkiesta). Ma alla fine la verità viene sempre a galla: non esiste nessuna isola di spazzatura negli oceani. Non c’è alcuna terra nuova, zero continenti artificiali fatti di plastica sospesa sulla superficie del mare intrecciando bottiglie a vasetti di yogurt, strofinacci e bidoni. Il “garbage patch”, così come recita la definizione inglese, è un mito.

Attenzione, però. Questo non significa che il problema non ci sia. La denominazione, fuorviante perché lascia pensare a isole galleggianti in giro per il mare, indica in realtà la altissima concentrazione di piccolissime particelle di plastica, di dimensioni minori di un millimetro (le cosiddette microplastiche) che restano sospese nell’acqua oceanica. Come si scrive qui, rende meglio l’idea pensare a dei granelli di pepe che si muovono in una scodella di minestra. Ecco, la questione è che l’oceano sarebbe pieno di queste scodelle di minestre, colme fino all’orlo di granelli di pepe di plastica.

Sarebbero pericolosi (si teme, ma non ci sono ancora prove certe) per la vita marina e anche per quella degli esseri umani. Provengono dalla degradazione delle materie plastiche e da alcuni prodotti molto utilizzati, ad esempio le creme facciali.

In più c’è un’altra precisazione da fare: le aree ad alta concentrazione di microplastiche nell’Oceano sono tante. Si formano con l’incrocio di correnti, venti e altre condizioni marine. Accumulano detriti artificiali e naturali e si incrociano con depositi di plankton e alghe. In questo modo diventano preda di altri animali (pesci e mammiferi) e si diffondono nella catena alimentare degli esseri viventi.

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Linkiesta Paper Estate 2020