Sei sicuro che la Isoardi non stesse stirando la sua camicia? Allora il maschilista sei tu

La presentatrice irrisa per una foto con in mano il ferro da stiro. Elisa Isoardi gioca con la rappresentazione della casalinga, e i femministi ideologici, immancabilmente, ci cascano

I peggiori sono i femministi (quelli maschi, sì). Ne esistono di parecchi tipi, ma i più temibili sono quelli che stanno infervorandosi perché Elisa Isoardi ha osato farsi fotografare mentre stirava, pubblicare lo scatto e offrire, così, a parer loro “una sbagliata immagine della donna”.
Sono, costoro, persino più pericolosi dei femministi-Trudeau, quelli impegnati a slabbrare il femminismo di modo che s’incarichi di risolvere qualunque nequizia, e pure dei femministi- stampella, i galanti paternalisti del sostegno, che t’aiutano a emanciparti perché sei femmina e quindi figuriamoci se puoi farcela da sola, fosse mai che poi finisci con il liberarti anche di loro.

I peggiori sono i femministi (quelli maschi, sì). Ne esistono di parecchi tipi, ma i più temibili sono quelli che stanno infervorandosi perché Elisa Isoardi ha osato farsi fotografare mentre stirava, pubblicare lo scatto e offrire, così, a parer loro “una sbagliata immagine della donna”

Certo, a recapitare a Isoardi, per quella foto, insulti, meme, accuse di retrodatare e restringere i ruoli femminili, incalzando il ripristino del focolare domestico, sono state anche molte donne, per parte loro offese soprattutto dalla dedizione al suo compagno, Matteo Salvini, poiché è stato dedotto che la camicia stirata nella foto fosse di lui e non di lei (sebbene nella didascalia fosse scritto “un venerdì sera da leoni” e non “eccomi mentre provvedo a ordinare il bucato di Matteo, mentre lui è in birreria con i suoi amici bracconieri”).
Un punto assai maschile sul quale, tuttavia, parecchie donne convergono è questo: quando una donna agisce, rappresenta, essendo non individuo, ma categoria. “La donna nell’era Salvini. Qui la compagna che stira fiera le camicie del futuro premier”, ha scritto su Twitter un giornalista de La Stampa, trasformando Isoardi nel corollario di una linea politica, nel manifesto iconografico di uno spirito che si vuole far ritenere destinato a diventare Zeitgeist.

Un punto assai maschile sul quale, tuttavia, parecchie donne convergono è questo: quando una donna agisce, rappresenta, essendo non individuo, ma categoria

Così, in (presunto) soccorso delle donne, se ne monopolizza una per indicare in lei l’errore, il binario morto della libertà di scelta, il modello sbagliato. Si insiste, cioè, nel ritenere che una donna debba essere esemplare e, meglio ancora, afferire a un modello esemplare, ignorando – con dolo – che la condizione della libertà (o dell’emancipazione, se preferite) è l’abbattimento del modello.
Quando Tonya Harding, nel film Tonya, chiede a uno dei giudici della sua commissione perché le venga sempre assegnato un punteggio penalizzante, anche quando non fa errori, quello le risponde: «Non corrispondi all’immagine della ragazza americana che vogliamo dare». Erano gli anni ‘90, c’erano le riot girl negli scantinati, ma su certi palchi e certe piste erano ammesse solo svenevoli fanciulle in tulle. Si può dire che abbiamo affossato quello stereotipo? Forse.

Si insiste, cioè, nel ritenere che una donna debba essere esemplare e, meglio ancora, afferire a un modello esemplare, ignorando – con dolo – che la condizione della libertà (o dell’emancipazione, se preferite) è l’abbattimento del modello

Il problema, però, è che ne abbiamo guadagnato un altro: la silhouette cazzuta della donna emancipata, quella che a cucinare ci mette il marito e a imparare ad amarsi dedica tutta sé stessa. Guai a discostarsene o giocarci intorno. A rimanere intatto è il vizio di fondo: consegnare alle donne un codice di riferimento e ritenere necessario che alcune di loro lo incarnino, di modo che le altre possano ispirarglisi.
Sulla qualità del modello, naturalmente, i maschi femministi vigilano e sentono di potersi e doversi esprimere: il fatto che premino l’icona della militante e, invece, boccino e sprezzino la casalinga (pure quando è casalinga-per-gioco), non li rende identici a quel giudice incapace di guardare come pattinava Tonya Harding, anziché i suoi vestiti?

All’indomani delle ultime elezioni politiche, a proposito di Salvini, Isoardi aveva dichiarato, a Oggi: «Ho il dovere di non confondere i piani, per rispetto, per amore. Una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce al suo uomo». Si indignarono anche i guard rail. Ora che l’Italia discute di una sua foto giocosa come fosse un emendamento alla legge sul diritto di famiglia, però, a quella sua dichiarazione dobbiamo tornare, per leggerci dentro una richiesta precisa: lasciatemi libera di non influenzarvi, smettetela di fare di me la donna del presidente, sono soltanto una che conduce un programma per casalinghe, tutto quello che, in pubblico, vedrete di me, foto domestiche incluse, ha a che fare con il mio lavoro, cioè con un personaggio televisivo, e non l’uomo che amo. Ma figuriamoci se il maschio femminista contempla una donna dalla quale non emani l’uomo che ama.

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