Perdersi in un aeroporto infinito: le 50 migliori musiche ambient

Uno dei generi più sfuggenti di sempre: come si stabilisce se una musica ambient è ben riuscita o no? Ma soprattutto: come si capisce che una musica è ambient?

Atmosferica, evocativa, incerta. La musica ambient rimane indefinibile e, di fatto, indefinita. Quella che secondo il suo inventore, o canonizzatore, Brian Eno, “era tanto interessante quanto poteva essere ignorata”. Musica per aeroporti, appunto, musica d’umore estatico, riflessivo, galleggiante, mai in grado di imporsi sulla scena, mai troppo secondaria da sparire dal contesto.

Come la si definisce? Non è una categoria formale, in realtà. Non segue canoni e regole rigide come il jazz, o come la musica classica, e nemmeno si rifà alle sonorità, ai ritmi e alla strumentazione, come il rock e il pop. L’ambient è ambient, e al massimo ha come obbligo, per essere considerata tale, quello di trascinare l’ascoltatore in uno stato di emozione sospesa: si scivola in aria con la mente, ci si distacca dalla realtà, ma senza voli eccessivi. È una nuvola musicale calma, triste, che lenisce ansie e dolori, ma che è pronta a sparire all’istante di fronte alla brutalità del reale.

Con un genere così incorporeo e trasversale risulta difficile stabilire quale sia una musica ambient bella e quale no. Un parametro come, ad esempio, “l’evocatività”, risulta troppo soggettivo. Altri punti di riferimento non se ne danno e chi ci prova incontra lo scetticismo degli ascoltatori e soprattutto degli autori.

Per questi motivi una playlist come quella di Pitchfork appare abbastanza curiosa. Raduna, in una botta sola, i “50 capolavori ambient”. Mette insieme Laurie Spiegel (elettronica) e Alice Coltrane (spiritual jazz), pesca i The Orb e i The Kfl, per poi buttarsi sui maestri del genere: Pauline Oliveros, Terry Riley e Brian Eno.

Un cumulo di nubi musicali, insomma, un’infinità di evocazione e incertezza. Sarà come perdersi in un aeroporto infinito.

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