Contro la semplificazione della musica (e della realtà): meno indie, più Ruggeri

I cantanti pop, cioè indie - anche quelli bravi - usano ritmi e suoni sciatti. Semplificano, sempre. Eppure in questo momento servirebbe resistenza, anche (e soprattutto culturale): la realtà è complessa, non si può comprendere parlando solo di ruspe o rosiconi

Segnatevi queste tre parole: resistenza, radical chic e interiezione. Lo so, sono quattro parole, ma radical chic tenetele insieme, come fossero una sola parola, un insieme.
Resistenza, radical chic e interiezione, quindi.
Iniziamo.
Anzi, prima di iniziare, con quelle due parole in mente, una piccola cortesia che l’autore chiede a chi legge. Se nel corso dell’ultima settimana avete adoperato almeno una volta la parola “rosicone”, anche nella sua declinazione plurale, in riferimento a qualcuno che la pensa diversamente da voi e che ai vostri occhi è in qualche modo inferiore a voi, bene, smettete di leggere ora. State sprecando tempo. Leggere non fa per voi. Non solo questo articolo, temo, ma leggere in generale. Sicuramente questo articolo, che parla proprio di “rosiconi”, di “ruspe”, di “boia chi molla”.
Iniziamo, io e voi che non usate quell’orribile espressione.
Oggi parleremo di musica, certo, e di semplificazione. O meglio, seguitemi, parleremo di come sia ancora possibile, oggi, non cadere nella scorciatoia mortale della semplificazione, sia cioè possibile fare resistenza, culturale ma anche resistenza e basta, indossando nonostante noi i panni del radical chic, cioè di quelli che un tempo venivano chiamati con rispetto “intellettuali”. Parleremo, ovvio, di Enrico Ruggeri, il nostro Elvis Costello, e parleremo di come sia alle sue canzoni che tocca aggrapparsi come Kate Winslet alle assi malconce di questa epoca Titanic.
Un piccolo passo indietro.
Sono nelle Marche, la mia terra natia.
L’altra sera ho assistito al concerto di uno degli astri nascenti del pop, leggi alla voce indie, Frah Quintale. L’ho fatto in una cornice speciale, la piazza su cui campeggia la statua di Leopardi, a Recanati. Piacevole, il concerto, bravino a cantare lui. Meglio di tanti altri suoi colleghi altrettanto pop e altrettanto indie. Ma con lo stesso loro difetto/peculiarità: la semplificazione. Se la musica è fatta di melodia, armonia, ritmo e dinamica, sto ovviamente semplificando, e le canzoni uniscono alla composizione musicale la parte lirica, il testo, beh, le canzoni indie, anche quelle di Frah Quintale usano poche note, pochissimi accordi, quindi possono usufruire di melodie ristrette, perché le note sono si dodici, contando anche i tasti neri del piano, ma se ne usiamo solo una piccola porzione sono limitate, per non dire della armonia, la progressione di combinazioni di note e toni, inesistente, idem per la dinamica, l’intensità di interrogazione. Il ritmo, ca va sans dire, sempre il medesimo, come i suoni, scelti da un fonder povero, sciatto.
Sul fronte lirico le cose vanno forse anche peggio. Poche, prese da un vocabolario di quelli piccoli. Un lessico ristretto, mignon.

Un radical chic che opera resistenza, lui che non è mai stato inviato al Tenco per questa sua fama di uomo di destra, anarchico e punk che non è altro. Mentre l’intera classe cantautorale tace, intimorita, sembra, dal non sapere cosa succederebbe di fronte a una presa di posizione precisa, Ruggeri porta avanti la sua battaglia quotidiana contro l’imbruttimento culturale e musicale. Alza le barricate, il Rouge, rovescia la carovana e prepara il fuoco per la notte. Niente ruspe o rosiconi, nelle sue canzoni e nel suo lessico

Sempre qualche giorno fa sono andato a sentire Enrico Ruggeri a Marotta, la cittadina marchigiana che gli ha ispirato i versi de Il mare d’inverno. E ho assistito a un miracolo. Sul palco c’era un artista che di fronte a una tavolozza sonora infinita non si è pigramente appoggiato su colori comodi, ma da oltre quarant’anni si sbizzarrisce e tirare fuori canzoni che, seppur sue, riconoscibili come tali, suonino diverse tra loro, per generi e per sonorità. Pensateci, mica citavo Elvis Costello a caso, Ruggeri spazia dal rock alla canzone francese, dal punk al pop più adulto, il tutto attingendo non solo a un vocabolario ricco e variegato, la parola “interiezione”, citata in esergo di questo articolo, esce dritta da una delle sue canzoni anni Ottanta, Poco più di niente, ma anche da storie e da sentimenti sempre sfaccettati, nuovi, inediti.
Non basta. Sul palco c’era un artista che, nonostante una forte afonia (poi costatagli l’annullamento del tour) non si è certo appoggiato alle sequenze vocali, dubito le abbia, ma si è dato da fare per portare a casa oltre due ore di concerto dandoci dentro, cambiando la scaletta per l’occasione, perché vive la musica come una passione ma anche, giustamente, come un lavoro, da fare sempre onestamente, senza ricorrere a trucchetti.
Resistenza, quindi, contro la musica demmerda che dilaga, ma anche contro la semplificazione, musicale, lessicale e, guarda te se lo sarebbe mai aspettato, politica. Ruggeri è oggi uno di quegli artisti che corrono costantemente il rischio di essere additati come radical chic, perché si ostina a usare un italiano colto, non spocchioso ma sicuramente non sciatto. Perché nelle canzoni, nelle interviste, nei programmi radio, cerca di portare cultura, di alzare il tiro in un momento in cui si viaggia rasoterra, anzi anche sotto terra.
Un radical chic che opera resistenza, lui che non è mai stato inviato al Tenco per questa sua fama di uomo di destra, anarchico e punk che non è altro. Mentre l’intera classe cantautorale tace, intimorita, sembra, dal non sapere cosa succederebbe di fronte a una presa di posizione precisa, Ruggeri porta avanti la sua battaglia quotidiana contro l’imbruttimento culturale e musicale. Alza le barricate, il Rouge, rovescia la carovana e prepara il fuoco per la notte. Niente ruspe o rosiconi, nelle sue canzoni e nel suo lessico. La realtà è complicata, deve essersi detto sin da subito, non la si può mica delegare a quattro parole e tre note.
Dieci, cento, mille Enrichi Ruggeri, quindi. W il Rouge, w la resistenza, w i radical chic punk.

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