Tagliarsi barba e capelli in Africa? Richiede ottime doti di conversazione

L’Africa e il sacro rito laico del barbiere diventano una commedia che mette in scena quello che gli uomini dicono (o non dicono) del mondo che cambia intorno a loro

Anche in Africa andare dal barbiere non significa soltanto andare dal barbiere. Oltre alla barba, ai baffi e ai capelli da sistemare c’è tutto quel mondo di dialoghi sui massimi sistemi (politica, sport, rapporti familiari, qualsiasi cosa) che, di discorso in discorso, finisce per dare vita a una società più piccola, fatta di uomini e confidenze, all’interno della società più grande di ogni giorno.

E così, prendendo ispirazione da questa realtà, il drammaturgo anglo-nigeriano Inua Ellams ha deciso di frequentare sei diversi barbieri in sei diverse città. Ha attraversato Johannesburg, Harare, Kampala, Lagos, Accra e, sì, anche Londra. È rimasto ad ascoltare gli scambi dei clienti, tutti provenienti da estrazioni sociali differenti, si è segnato le loro storie, i loro problemi, le lamentele. E poi ne ha tratto una commedia: Barber Shop Chronicles, che potrebbe essere anche definita: “Cosa si dicono gli uomini di colore di tutto il mondo”.

“È un modo di raccontare come gli uomini reagiscono a un mondo che sta cambiando intorno a loro. La natura della mascolinità, le implicazioni per il benessere psicofisico, il modo di vedere l’essere nero in mille manifestazioni diverse, da Nelson Mandela all’hip hop”, ha spiegato l’autore.

Ma è una bella commedia? Finora i commenti sono molto positivi. Il Guardian, di solito parco nei suoi giudizi, ha dato quattro stelle su cinque, mentre l’Independent, più di manica larga, cinque su cinque.

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