Altro che le europee, il Pd si gioca tutto sui territori: e se perde i sindaci è davvero finita

Minniti lanciato dai sindaci, Zingaretti che chiama sul palco di Piazza Grande gli amministratori locali: come negli anni ’90 il Pd prova a ripartire dal buongoverno delle comunità locali. Ma anche lì, rischia di essere travolto. E se succede, non gli rimane più nulla

Marco Minniti si candida alla guida del Pd lanciato da 13 sindaci del partito, nomi di prestigio provenienti dall’area renziana. Nicola Zingaretti, da Piazza Grande, risponde con una sfilata di decine di amministratori locali, di partito ma anche civici, che portano testimonianze e buone pratiche.

Sono lontani i tempi del “Partito dei Sindaci” che negli anni ’90 aveva suggerito una nuova prospettiva alla sinistra italiana, con Bassolino, Rutelli, Cacciari, Illy che da nord a sud mostravano un volto nuovo dei progressisti: pragmatico, innovativo, anche “pop”. Oggi i sindaci non “tirano” più: non vengono rieletti, spesso non si ricandidano neppure, non hanno le risorse economiche per incidere sul destino delle proprie città. Eppure, a sinistra, continuano a rimanere un riferimento fondamentale. Un po’ per tradizione, un po’ per il profilo sempre più civico che i sindaci tendono a disegnare su sé stessi, ad ogni modo gli amministratori rimangono il fiore all’occhiello del Partito Democratico e del centrosinistra in generale.

“La buona amministrazione dell’Ulivo”, il “modello Milano”, i “sindaci arancioni”: si sprecano le formule con cui sono stati definiti gli amministratori progressisti negli ultimi anni. Formule che fanno trapelare orgoglio e che toccano la stessa identità del centrosinistra, e che vengono confermate anche in un anno in cui è stato rieletto meno di un sindaco uscente su due.

Anche per questo, il 2019 si appresta ad essere uno spartiacque per il futuro del Pd: si tornerà a votare, infatti, in gran parte dei comuni italiani, molti dei quali amministrati dal centrosinistra che nel 2014, sull’onda del trionfo europeo, aveva fatto incetta di sindaci. E molti primi cittadini Dem in vista cercheranno la riconferma: Nardella, Decaro, Ricci, Gori

Anche per questo, il 2019 si appresta ad essere uno spartiacque per il futuro del Pd: si tornerà a votare, infatti, in gran parte dei comuni italiani, molti dei quali amministrati dal centrosinistra che nel 2014, sull’onda del trionfo europeo, aveva fatto incetta di sindaci. E molti primi cittadini Dem in vista cercheranno la riconferma: Nardella, Decaro, Ricci, Gori.
Alla difficoltà congiunturale nella rielezione dei sindaci uscenti, per loro si aggiunge anche la delicatezza del momento per il Partito Democratico, che ieri ha compiuto dieci anni e mai si è trovato così in basso nei sondaggi nella sua storia: cinque anni fa, quando furono eletti per la prima volta, il partito a livello nazionale aveva all’incirca 25 punti percentuali in più.

Oggi, invece, l’onda gialloblu rischia di travolgere tutto, cavalcando con astuzia le richieste di cambiamento radicale e le pulsioni anti-establishment che provengono dalla pancia dell’elettorato.

Tuttavia, in questo annus horribilis per il Pd e ancor più per i sindaci democratici, ci sono eccezioni importanti: a Brescia, un comune storicamente conservatore, il democratico Delbono ha rivinto al primo turno, mentre ad Ancona ha trionfato l’uscente Valeria Mancinelli. Segno che, al di là delle tendenze nazionali, gli elettori sanno ancora premiare le buone amministrazioni.
I trend nazionali, infatti, dominano il clima d’opinione, ma in ottica amministrativa possono essere mitigati e a volte ribaltati da micro-trend locali.

In questo contesto, le armi che hanno i sindaci oggi sono poche e spuntate: l’iper personalizzazione, e le liste civiche come vettore di voti trasversali. Ma la proliferazione del civismo ha avuto anche l’effetto di annacquare il profilo a-politico di molte liste, e l’iper-personalizzazione, alle volte, ha dimostrato di stancare presto gli elettori. Per un partito che fa da sempre un vanto della qualità delle proprie amministrazioni locali, sarà un anno cruciale. Il Pd può resistere a un insuccesso alle europee del 2019, poiché le aspettative sono molto basse e prevale la consapevolezza che, chiunque sarà il segretario, verosimilmente attraverserà un periodo di transizione. Ma difficilmente potrà resistere a un crollo al voto amministrativo. Per questo, schierare i propri pesi massimi in una tornata elettorale così delicata è un rischio, ma anche il modo migliore per affrontarla in una posizione di forza.

Saranno ancora una volta i sindaci a salvare il centrosinistra italiano?

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