Bomba d’acqua a Roma, ma la Città Eterna è già annegata da un pezzo

Temporale, grandine, metro allagata, la basilica di San Sebastiano sott’acqua. Il nubifragio romano riporta la città a quello che è: uno scambio (piuttosto torbido) tra acqua che trasuda e fogna che spurga. È la sua condizione strutturale

L’elemento di Roma è l’acqua. Roma è già sommersa e noi tutti ci muoviamo per le sue strade in apnea in mezzo a capitelli, cupole, stucchi. Succede ogni volta che le variazioni climatiche sempre più frequenti fanno cadere “bombe d’acqua”, o le “bombe di grandine”, come l’estate scorsa, o come stanotte: mezza città sott’acqua, sette fermate della metro chiuse, auto che galleggiano in via Palmiro Togliatti, sulla Tiburtina, centinaia di chiamate ai vigili, la basilica di San Sebastiano allagata. È un’emergenza, ed è anche un ritorno alla normalità di una Roma ctonia e che trasuda acqua. Roma è una spugna piena d’acqua che piange lacrime capricciose.

Piace a tutti col sole ma la vera morte di Roma è la pioggia – come le patate con le cozze. Anzi, per essere precisi, a Roma non piove. Cade acqua. Pesante, improvvisamente. I temporali sembrano voler bucare la terra, e ce la fanno. Sembrano anche voler colpire con le gocce-proiettili i passanti, e ce la fanno. Ti trapassano il cranio. Se non ci riescono s’infilano fra i sampietrini e ti fanno scivolare a terra con lo scooter quando sbagli l’angolatura di uno zig zag pozza / non pozza / pozza. L’acqua vince, sempre. Quando cade acqua Roma finalmente respira, può tirare un sospiro di sollievo, non deve stare più in posa, con la pancia in dentro. Roma piange. Quando non piange suda. Ovunque e tanto. È piena d’acqua sopra ma pure sotto. Sotto la terra della capitale, che è vulcanica – dalla sabbia sotto Monte Mario all’argilla sotto al Gianicolo – friabile, traforata, porta una specie di vestito di pizzo di qualche signora mediterranea, sotto, c’è tanto vuoto come tanta acqua. Cunicoli intricati, cavità nel tufo, catacombe, bunker antiaerei, luoghi di culto, acquedotti, laghi neri. 10 metri sotto l’ospedale Forlanini c’è un lago di 40 metri, profondo più di 7. Non sembra strano allora se sull’Appia antica, che corre sopra ad una colata lavica, quando iniziano le statue delle tombe, in molte delle case che la costeggiano, si beve acqua frizzante dal rubinetto grazie alle sorgenti che formano pozze sotterranee.

Ci si fa il bagno e ci si lava la faccia con acqua che ribolle – della serie inferni cittadini. Per tutti gli altri (quelli che non abitano sull’Appia antica) c’è l’acqua calcarea, la famosa dei calcoli, ma anche la famosa che rende indistruttibili le ossa dei romani. E il loro spirito. Si racconta che i bambini venissero immersi nel Tevere appena nati, anche a gennaio. Con la sua acqua ci diluivano cibi, facevano decotti e tisane curative. Tutto a Roma è una pillola fortificante. L’acqua sale su, trabocca, a volte purifica. Dal geyser da surfare a Monteverde lo scorso agosto a quell’atmosfera tropicale, di una nebbia vaporizzata, non come quella milanese, fitta, che impedisce la vista, ma come quella che puoi trovare in una serra, rarefatta: intravedi le cose intorno senza mai vederle del tutto. Le vedi con i colori attenuati, una scala di grigi mischiati al verde, rosso, ocra.

È grigio pure il Tevere (non più biondo), la sua vena principale, quella del collo, la vena che quando si tappa e l’acqua non riesce più a scorrere come vuole e deve, la fa impazzire. Il fiume di Roma è pieno di creature mostruose, dai pesci a tre teste ai coccodrilli – manco fossimo a Miami, giorni fa un pescatore ne ha avvistato uno vicino a piazza Mancini. A luglio ce n’era un altro a Maccarese. Ma pure anguille e cormorani. Nidificano i cormorani quindi l’acqua non è così sporca come dicono, è solo piena di bile nera, quella che ha origine nella milza, che scatena la pazzia malinconica, nei casi peggiori un delirio di assedio da cui bisogna proteggersi con ogni mezzo.

Mezza città sott’acqua, sette fermate della metro chiuse, auto che galleggiano in via Palmiro Togliatti, sulla Tiburtina, centinaia di chiamate ai vigili, la basilica di San Sebastiano allagata. È un’emergenza, ed è anche un ritorno alla normalità di una Roma ctonia e che trasuda acqua

Perché il Tevere ammazza, è zeppo di morti. Cadaveri. Carcasse. Resti che mai saranno decifrati. Uno dei fiumi più pieni di carne d’Italia, negli ultimi tre anni sono stati ritrovati almeno duecento cadaveri. Suicidi d’artista, uno su tutti quello di Tancredi Parmeggiani che si buttò a 37 anni da Ponte Sisto dopo il suo “Grazie” tremolante scritto su un pezzo di carta, ma anche il tentato suicidio, nel 2001, di Richard Benson, chitarrista che ha giocato troppo con la Roma nera – i romani hanno subito sdrammatizzato con uno striscione: A Richard, manco er Tevere t’ha voluto. Il Tevere è protagonista di omicidi efferati (si ritrovano pezzi corpi, la gamba amputata di un ultrà identificata grazie ai tatuaggi, dita inanellate di turiste giapponesi), di linciaggi come quello alle spese di Donato Carretta, nel 1944, direttore del carcere di Regina Coeli (a proposito, pure il carcere si affaccia sull’acqua del Tevere, i detenuti lo guardano) scaraventato dentro dai parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine. Carretta afferrò i bordi, gli pestarono le dita. Si appoggiò ad una barca, venne colpito da un remo. Il fiume prende pure tanta gente che gli si avvicina troppo per sbaglio: se lo guardi fisso ti risucchia come la gravità, ti invita a sparirci dentro, soprattutto i bambini. Le loro lapidi-ricordo sul Tevere sono le più colorate – foto, fiori finti, collanine, peluches. Il Tevere è gonfio di bile. Di sangue. Di carne. Ed è pieno di costruzioni futuriste ai bordi pronte ad inabissarsi. Da una di queste costruzioni Claudio Santamaria, in Jeeg Robot, cade nell’acqua verdognola diventando un supereroe, e ci sta benissimo, è perfettamente realistico. Il Tevere ti infesta. E non conosce leggi terrene, è un fuorilegge.

Il New York Times si diverte a pubblicare articoli su gabbiani formato King Kong che beccano le carni bianche delle turiste americane o sul Tevere che sarebbe più un pugno nell’occhio che un tesoro. Facile. Tom Kington magnifica il Tamigi che brulica di attività tutto l’anno e la Senna con la sua spiaggia ordinata. Facile. Ma nessuno diventa un supereroe se ci fa il bagno dentro. Il Tevere per il giornalista americano è un luogo deserto: ha visto solo un jogger solitario, una nutria e una coppia di zingari seduti a cena vicino alla loro baracca nascosta sotto un ponte. “I romani hanno una cattiva relazione con il Tevere, che considerano sporco”, ha detto all’americano Corrado Augias, spacciatore televisivo di misteri romani. Ma non è questo il punto. La relazione dei romani con il fiume è complessa. Il Tevere ha inventato il carattere dei romani, gli ha costruito i connotati, li ha forgiati. Ha esondato per millenni quando meno se lo aspettavano, li ha fatti diventare cinici e fatalisti, come se fossero sempre su una zattera in pieno oceano. Il Tevere è la pillola più grande, quella che se la ingoi diventi fortissimo.

Roma è stata soggetta ad allagamenti, inondazioni catastrofiche – il secolo delle grandi alluvioni fu il Cinquecento, tragica quella del 1530, che causò 3.000 morti e distrusse più di 300 case. Le sue piene sono storiche. E l’hanno inaugurata. Fu il Tevere in piena a trascinare il paniere con dentro Romolo e Remo tanto che probabilmente il nome dei due eponimi di Roma deriva proprio da Rumon, nome etrusco del Tevere. Le lapidi sui palazzi con le manine ad indicare il livello delle acque, i nomi scritti minuscoli per farceli entrare tutti, gli scheletri senza nome scolpiti sulle mura di via Giulia. Teschi alati e stanzoni decorati con le ossa dei cadaveri – a Roma si usa. Carne e sangue in quell’acqua. Se ce la prendiamo con i grillini dobbiamo sapere che l’assoluta inazione del papato nei confronti del Tevere è durata ben più di undici secoli. Poi si decise per i muraglioni umbertini, e per farli costruire fu demolito un posto sublime, il teatro Apollo, a strapiombo sul fiume, dove ebbe luogo la prima del Trovatore di Verdi.

Il Tevere è gonfio di bile. Di sangue. Di carne. Sul Tevere altro che passeggiatine romantiche mano nella mano, nutrie e jogger solitari, rischi di trovare cadaveri simili a “pupazzi rigidi dai volti tumefatti e gli occhi pieni di sangue”

Gotham City è Roma, non Milano. Crudele. Inarrivabile. Ingestibile. Non a caso Gotham, la città del male, è costruita sull’acqua, dalla terra sale su una specie d’incantesimo nebulizzato. Milano era costruita sull’acqua ma l’hanno coperta con i navigli e hanno rimosso, insieme alle zanzare, il suo fascino dark. Milano oggi è tutta razionalità e buoni propositi per l’anno nuovo, Roma sguscia come le anguille del Tevere. Milano è Metropolis, tutta luce e tecnologia. Roma una Gotham dai vicoli buissimi. Vicoli di Suburra – si vede qui una Roma piovosa, crudele, barocca. Il film è tutto un temporale, l’acqua è la vera protagonista che porta via, purifica, per poi tornare indietro e punire: sotto l’acqua il politico corrotto interpretato da Favino fa pipì dalla finestra della sua suite, muore una prostituta e viene gettata nel Tevere, il Governo cade, viene crivellato il corpo di Samurai e quello di Manfredi sbranato da un pitbull. Sotto la pioggia succedono le cose più importanti, le più irrazionali, quelle che travolgono. Sul Tevere altro che passeggiatine romantiche mano nella mano, nutrie e jogger solitari, rischi di trovare cadaveri simili a “pupazzi rigidi dai volti tumefatti e gli occhi pieni di sangue”. Lo stesso sangue che vide Virgilio: “Bella, horrida bella / et Thybrim multo spumantem sanguine cerno” – Guerra, guerra orrida / E vedo il Tevere che schiuma molto sangue”. L’immaginario della Roma diurna fatta di Vespe bianche e carbonara sta lasciando il posto (di nuovo, e finalmente) a quella notturna.

Roma è la “Regina Aquarum”. Da una parte gli acquedotti dall’altra le fogne. Acqua pulita e acqua sporca, acqua che cura e acqua che infetta

Roma è la “Regina Aquarum” – dalle opere ingegneristiche degli antichi acquedotti che portavano tonnellate d’acqua da luoghi lontani (più di quanta ne servisse), alle piscine – nella Roma imperiale erano aperte ottocento piscine che convogliavano ogni giorno milioni di litri di acqua. Quelle grandi potevano contenere anche mille persone. I romani stavano sempre in acqua. Ce l’avevano nel cervello. Terme. Piscine. Fontane. Ninfei. Piazza Navona. Per duecento anni (dal 1652 al 1865) hanno potuto fare il bagno in piazza Navona. Beati. Il papa la faceva allagare per farli divertire e rinfrescare d’estate – altro che le multe a chi ci mette un piede oggi. Ogni sabato e domenica d’agosto nobili e popolani, insieme, si tuffavano dalle finestre o da carrozze a forma di gondola, a volte annegavano pure, ma l’entusiasmo per questo evento era tale che tutti ne parlavano innamorati, tutti erano in pace in quell’acqua cristallina. Nessuna città al mondo ha più fontane di Roma – gli unici specchi d’acqua dove non è pericoloso mettere un dito, costruite dai papi che avevano una mania per le fontane. Forse era una guerra contro il Tevere assassino, marcio, tetro.

Un tentativo umano di addomesticare la furia della città – alcune delle fontane romane sono il tributo alle fatiche per costruire gli acquedotti. Opere di razionalizzazione e depurazione. Da una parte gli acquedotti dall’altra le fogne. Acqua pulita e acqua sporca, acqua che cura e acqua che infetta. Frontino scriveva che una tale quantità di strutture, che trasportano così tanta acqua, si possono comparare, se si vuole, con “le oziose Piramidi o con le altre inutili, se pur rinomate, opere dei Greci” – i romani hanno sempre volato basso. Fontane marmoree, muscoli torniti, palmette. Un’acqua talmente trasparente che Anita ci si può buttare vestita senza pensarci, cinguettando un Come here. Una volta sola hanno tentato di riportare anche quest’acqua a quello che è l’acqua di Roma, al sangue, ma è durato solo un giorno – quando nell’ottobre del 2017 Graziano Cecchini buttò un colorante nella Fontana di Trevi e la fece diventare rossa. Nonostante questo, nonostante il fantasma dell’acqua insanguinata che scorre a pochi metri di distanza, tutti, d’estate e d’inverno, seguono l’esempio di Anita e dei romani del Settecento, cercano di toccarla, di immergersi – un gesto automatico, naturale, antico – si schizzano, ci si sciacquano la testa come se fosse un battesimo, si guardano i piedi attraverso quell’acqua pacifica, termale, e si liberano. Per un attimo. Dal male.