Integrazione (che non c’è)Ciao ciao decreto Salvini: agenzie e imprese scendono in campo per dare un lavoro ai migranti

Nei progetti di corporate social responsibility si trovano sempre più spesso programmi che mirano all’integrazione degli stranieri: gli immigrati ne beneficiano, e lo stesso le aziende. Randstad ha appena presentato i risultati del progetto “Without Borders”. Le complicazioni del decreto Salvini

Mentre il governo gialloverde approva il decreto sicurezza, complicando l’inserimento lavorativo dei migranti, a scendere in campo per favorire la ricerca di un lavoro e l’inclusione di richiedenti asilo e rifugiati sono le agenzie per il lavoro private e le aziende. Nei progetti di corporate social responsibility (responsabilità sociale d’impresa) si trovano sempre più spesso programmi che mirano all’integrazione degli stranieri: gli immigrati ne beneficiano, e lo stesso fanno le aziende, in termini di profilo e responsabilità sociale.

Anche se non tutte, a dir la verità, amano pubblicizzare progetti del genere, si racconta. Impaurite forse dal mantra “prima gli italiani” e da una burocrazia che – soprattutto dopo l’approvazione del decreto sicurezza – complica l’inserimento dei migranti nella filiera produttiva. Un esempio su tutti: il decreto Salvini ha eliminato la possibilità per i richiedenti asilo di registrarsi all’anagrafe (come accadeva prima) e di avere quindi una carta d’identità, il che rende difficile per le imprese anche solo la stesura dei contratti di lavoro.

E è qui che entrano in scena le agenzie per il lavoro, attraverso i loro progetti di csr. Randstad ha appena diffuso i risultati del programma “Without Borders”, che dal 2017 ha coinvolto quasi 1.150 stranieri in 104 percorsi formativi di orientamento tra Milano, Torino, Firenze e – da poco – anche Padova. «Le aziende analizzano il mondo che c’è fuori e si chiedono cosa possono fare. I flussi migratori non sono fenomeni transitori, bisogna prenderne atto. E il lavoro resta lo strumento migliore per la regolarizzazione e l’inclusione», spiega Federica Venturin, csr manager di Randstad.

Le aziende analizzano il mondo che c’è fuori e si chiedono cosa possono fare. I flussi migratori non sono fenomeni transitori, bisogna prenderne atto. E il lavoro resta lo strumento migliore per la regolarizzazione e l’inclusione


Federica Venturin, csr manager di Randstad

Su una ventina di aziende partecipanti a “Without Borders”, 26 migranti sono già stati assunti. L’agenzia si è rivolta alle associazioni che nelle città accolgono e lavorano con gli immigrati, e attraverso di loro ha inserito in un percorso lavorativo chi avesse già una conoscenza base della lingua italiana e i documenti necessari per l’avviamento professionale. «Il progetto», spiega Fabio Costantini, coo di Randstad Hr Solutions, «prevede attività di orientamento e accompagnamento di richiedenti asilo e soggiornanti di lungo periodo attraverso la mappatura delle competenze linguistiche e tecniche, l’organizzazione di tirocini formativi e la promozione delle opportunità di lavoro per i candidati idonei». I target sono tre: genitori di bambini stranieri (le prima generazioni, spesso poco integrate); richiedenti asilo e protezione internazionale; soggiornanti di lungo periodo. Se il progetto di formazione ha un esito positivo, Randstad propone poi i profili alle imprese clienti. Ma le agenzie per il lavoro possono fungere anche solo da finestra per capire come preparare un curriculum o a chi rivolgersi per cercare un lavoro. «È anche un’azione di accompagnamento per stimolare l’autonomia nella ricerca attiva del lavoro», dice Costantini.

In alcuni casi le aziende stesse partecipanti al progetto hanno chiesto profili specifici da inserire in organico. Come ha fatto Intercos, leader del settore cosmetico con sede ad Agrate Brianza, che ha appena assunto in somministrazione sei richiedenti asilo candidati attraverso Randstad. «Sono stati i nostri stessi clienti a chiederci di avviare progetti del genere», spiega Elisabetta Rivolta di Intercos. «Randstad ci ha presentato 18 ragazzi richiedenti asilo, selezionati sulla base dei requisiti linguistici. Si partiva in molti casi da un livello di bassa scolarità e scarse esperienze lavorative. Abbiamo prima fatto la formazione, nove di loro hanno partecipato al tirocinio e alla fine in sei sono stati assunti. E abbiamo intenzione di ripetere il progetto anche il prossimo anno».

C’è una certa difficoltà delle aziende a esporsi, pubblicizzando i progetti che favoriscono l’inserimento degli immigrati attraverso il lavoro. Bisogna che le imprese rendano più visibile quello che fanno, da sole, o magari consorziandosi


Franco Vannini, Fondazione Sodalitas

Un percorso simile è quello avviato da Adecco, attraverso la sua Fondazione per le pari opportunità. Con il progetto “Safe In”, che ha appena avviato i suoi percorsi di formazione, si punta a inserire nei prossimi due anni più rifugiati possibili nel mondo del lavoro. «Oggi le persone rifugiate ricevono assistenza governativa, sanitaria e legale, ma occorre investire ancora di più nei percorsi di inclusione lavorativa», spiegano da Adecco. L’obiettivo è arrivare almeno a 160 persone titolari di protezione internazionale orientate e almeno 110 introdotte al mondo del lavoro tra Roma e Milano. E i primi numeri sono più che positivi: da inizio 2018, 47 persone sono già state avviate in percorsi lavorativi.

«C’è un problema di competenze, perché gran parte degli immigrati che arrivano in Italia provengono da una delle zone più povere del mondo e sono scarsamente scolarizzati. Ma si può fare. Questo tipo di integrazione è possibile», ripete Venturin.

Lo racconta anche Franco Vannini di Fondazione Sodalitas, che promuove la responsabilità sociale di impresa in italia. «Soprattutto le grandi aziende e le holding hanno cominciato ad avviare processi diversi di formazione per la lingua italiana, mediazione culturale e inserimento lavorativo dei migranti», dice. «C’è una certa difficoltà delle aziende a esporsi, pubblicizzando i progetti che favoriscono l’inserimento degli immigrati attraverso il lavoro. Bisogna che le imprese rendano più visibile quello che fanno, da sole, o magari consorziandosi». Il lavoro per i migranti non è solo quello pagato un euro all’ora.

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