Guida pratica alle parolacce dell’antica Roma

Anche i latini imprecavano, smoccolavano, lanciavano invettive e cedevano al turpiloquio. Senza i pochi graffiti che si sono conservati avremmo conosciuto solo quelle più letterarie. E ci saremmo persi un mondo linguistico colorito e vivace, di strada ma espressivo

Difficili, anzi impossibili da trovare nei testi antichi, si incontrano però nei (pochi) graffiti che si sono conservati fino a oggi. Le parolacce, parole volgari ma tabù dell’antica Roma, erano – come in qualsiasi altra civiltà – utilizzate in modo quotidiano. Tutti le conoscevano, tutti le pronunciavano e tutti le scagliavano, spesso, contro qualcuno. Certe volte, per fortuna (dal punto di vista dei linguisti) le scrivevano anche.

Come sempre e ovunque, l’ambito dell’oscenità era il mondo della sessualità. Tutte le parole proibite avevano a che fare con il sesso e i genitali.

Quello maschile, ad esempio, conosceva diverse espressioni. I romani usavano il classico “mentula” (che darà luogo al siciliano “minchia”), vocabolo dall’impatto tanto tenue da essere impiegato da poeti e scrittori. Aggiungeva pepe alla scrittura, ma non la contaminava troppo.

Altrimenti c’era “verpa”: indicava il pene in fase di erezione e veniva utilizzata in contesti più aggressivi. Era un vocabolo molto offensivo. Spesso appariva in frasi di insulto contro gli omosessuali. Se era al maschile, cioè nella forma “verpus”, indicava un uomo con il glande in evidenza, sia perché in fase di erezione sia perché circonciso.

Muto” era un terzo modo per indicare il membro maschile le cui attestazioni, però, sono rarissime. Una è di Orazio e una, più interessante, di Lucilio. Per offendere un personaggio non ben definito, il poeta ricorda in un verso che: “at laevā lacrimās muttōnī absterget amīcā”. Cioè, “con la mano sinistra come fidanzata pulisce le lacrime del muttone”. Volgare ma raffinato.

I testicoli, invece, erano i “cōleī”. E se si ipotizza l’esistenza di una forma peggiorativa non attestata, cioè i “cōleōnēs”, si può ben capire come è andata a finire nelle lingue romanze. La variante meno volgare era “testes” (da cui i testicoli, appunto), che non a caso è uguale a quella usata per indicare i “testimoni”. Secondo alcuni studiosi si spiegherebbe con l’uso, antichissimo, di pronunciare giuramenti tenendo in mano (quasi a forma di garanzia) i testicoli. O i propri, o quelli di qualche animale.

E le donne? Per indicare la vagina si usava “cunnus”. Parola maschile per indicare i genitali femminili (ma del resto anche mentula è femminile). Per evitare di pronunciarla per sbaglio, spiega Cicerone, i romani avevano cambiato la morfologia di alcune espressionii: “Dīcitur cum illīs; cum autem nōbīs” non dīcitur, sed “nobīscum“; quia sī ita dīcerētur, obscaenius concurrerent litterae”. Cioè: “si dice cum illis, ma non si dice cum nobis. Piuttosto nobiscum. Perché se si dicesse cum nobis le lettere si unirebbero per formare una oscenità”. Capito? Cum nobis, se pronunciato veloce, rischiava di somigliare troppo a cunnus. E mettere tutti in imbarazzo.

Allo stesso modo, la parola volgare per indicare il “clitoride” era “landīca”. Una parolaccia così oscena e greve da apparire, nei testi, solo in un passaggio del solito Cicerone. L’oratore la richiama citando una frase pronunciata in Senato che, come per cum nobis, poteva dar luogo a un grave equivoco: “hanc culpam maiorem an illam dīcam?”. (Dirò che è più grave questa colpa o quell’altra?). Il problema è tutto nella fine: l’espressione, a suo modo neutralissima, “illam dicam” può, a un orecchio distratto, ricordare “lan-dica(m)”. E trasformare di botto l’istituzione più seria di tutta la Repubblica romana in una classe di seconda media.