Russia state of mindGuida al russo che (da secoli) si parla in Alaska

Prima che la regione diventasse territorio statunitense, era parte dell’Impero russo. Alcuni russi si erano stabiliti sulle coste del Paese, mantenendo nel tempo le tradizioni e il linguaggio, che col tempo è cambiato molto (almeno rispetto a quello parlato in madrepatria)

Ma cosa se ne facevano i russi di quello scatolone di ghiaccio? Gli abitanti erano pochi, più o meno 10mila abitanti di cui 2.500 di origine russa, sparsi per una ventina di villaggi nelle isole e nelle coste meridionali. Come avrebbero resistito a un assalto straniero? Fu con questi pensieri che lo zar Alessandro II, nel 1867, si decise a vendere l’Alaska. Meglio guadagnarci qualcosa finché era ancora in tempo anziché vedersela sottratta dalle armate di un esercito straniero.

Il nemico principale era, come sempre a quell’epoca, la Gran Bretagna. Per questo raggiunse un accordo con gli Usa e cedette l’Alaska (con tutto il petrolio sotto, ma allora non poteva saperlo) per una cifra pari a 7.200.000 milioni di dollari. Non fu un affare per nessuno: anche i giornali americani dell’epoca criticarono la scelta del governo Usa. Il ghiaccio non lo volevano – al limite nei cocktail.

Il passaggio di mano fu anche un passaggio di colonizzazione del territorio: agli abitanti originari si aggiunsero quelli di origine statunitense, tanto che oggi, a quasi 150 anni da quell’accordo, si contano quasi 750mila residenti. Ma quanti, di questi, parlano ancora russo?

In realtà – nonostante sia passato del tempo – non sono pochi. Una quantità considerevole degli alaskesi si considera russo o russo-americano e parla (anche) russo fuori casa. Tra questi, però, sono pochi quelli che vantano una discendenza, anche solo culturale, con gli antichi abitanti pre-accordo.

Un caso particolare è quello del villaggio di Ninilchik, dove si parla una forma di dialetto fin dall’arrivo dei primi “coloni” nel 1847. Un linguaggio che si è mantenuto in vita nel corso dei decenni, trasmesso di generazione in generazione, mantenendo (anzi, sviluppando) alcune peculiarità rispetto alla lingua parlata nei territori della Grande Madre Russia.

Come fanno notare su questo paper, la cosa più interessante della lingua parlata a Ninilchik è che, per decenni, non ci sono stati contatti con altri popoli russofoni. I primi sarebbero avvenuti negli anni ’90 del XX secolo, quando alcune navi sovietiche attraccarono nei dintorni della cittadina e alcuni marinai si sposarono con gente del luogo. Cose sporadiche e di breve durata, ma comunque occasioni per misurare le differenze tra le due parlate.

I russi d’Alaska si lamentarono, in quei casi, di “non capire quasi nulla” di quanto dicevano i russi di Russia. “Parlano troppo veloce, riusciamo a distinguere solo qualche parola”. Insomma, le due lingue erano ormai così lontane da superare il limite della mutua comprensione. In questi casi, sostengono i linguisti, si può già parlare di linguaggi distinti.

Purtroppo, nel corso degli ultimi anni il russo d’Alaska è andato scomparendo. I residenti hanno ridotto il suo utilizzo solo a saluti, nomi di cibi tradizionali e appellativi ai loro parenti. Sono rimaste poche espressioni cristallizzate che, ogni tanto, fanno capolino nei loro discorsi. Il russo d’Alaska sta morendo, ma la vera notizia è che è rimasto vivo per tantissimo tempo.

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