I manoscritti rubati a Kafka, una miniera di tesori letterari ancora da scoprire

La storia degli inediti kafkiani non finisce mai. Spuntano nuovi importantissimi documenti: lettere, diari inediti, e disegni. Un mondo da scoprire, di valore inestimabile

Si chiamava come la prima donna, Eva, e dal 2016 andava in giro con due sacchi di plastica pieni di documenti, rasandosi il cranio, continuamente. Le avevano sottratto la cosa più cara, diceva, maledicendo il caldo di Tel Aviv e il cinismo di Israele, lei, ebrea figlia di immigrati cechi. Le avevano rubato, diceva, Franz Kafka. Questa è una storia di reiterati tradimenti, una storia d’amore, d’amicizia, di spionaggio. Riguarda lo scrittore più grande del Novecento, che come un virus invade le vite, aliena gli uomini; l’ha raccontata Benjamin Balint in un libro terribilmente avvincente, Kafka’s Last Trial (W.W. Norton & Company 2018, pagg. 288, $26.95). Tutto inizia nel 1924. Franz Kafka muore e impone all’amico intimo, Max Brod, suo esecutore testamentario, di bruciare i propri documenti privati, le lettere, i diari, i racconti incompiuti. Brod, come si sa, non adempie le volontà dell’amico, al contrario, “pubblica tutto, senza discernimento”, come scrive Milan Kundera ne I testamenti traditi. Questo è il primo di innumerevoli tradimenti, in una fiera di traditori. Nel 1939 Brod fugge dall’Europa nazista, sbarca a Tel Aviv. Lì, un anno dopo, incontra Ilse Hoffe, che convince a farsi chiamare all’ebraica, Esther. Esther diventa la sua segretaria, il suo factotum, probabilmente la sua amante.

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