Pena CapitaleA Roma si chiama l’esercito, come per i terremoti. E il terremoto si chiama giunta Raggi

L’ultima è l’appello all’esercito per la manutenzione stradale. Ma la Città Eterna da tempo è un caos di gestione che sfiora il tragico e il ridicolo. La giunta Raggi non ce la fa. E l’opposizione? Fa la pennichella

Andreas SOLARO / AFP

Dunque potrebbe essere chiamato il Genio Militare ad occuparsi delle buche di Roma. È vero, l’emendamento alla manovra che lanciava l’operazione ieri è stato dichiarato inammissibile, ma solo per motivi tecnici: sarà ripresentato con qualche correzione, come ha confermato il viceministro dell’Economia Laura Castelli.

L’Esercito in campo per adempimenti civili l’Italia lo ha visto molte volte per i terremoti, le alluvioni, i disastri naturali, la neve, e ovviamente per le emergenze conclamate del terrorismo e delle epidemie (accadde con la spazzatura a Napoli nel 2010). Qual è adesso l’emergenza capitolina? Non si capisce. L’unica che viene in mente è la presenza al governo della città di persone incapaci di gestire l’ordinaria amministrazione, il tran tran quotidiano delle asfaltature, dei bandi per eseguirle, dei controlli per verificare che i lavori siano stati fatti.

A Roma non ci sono state scosse telluriche. Roma non è stata bombardata, né di recente depredata da Lanzichenecchi o Goti. Anzi, per le buche di Roma sono al momento stanziati in finanziaria 50 milioni per il 2019 e la promessa di 150 per il triennio successivo. Si sommano ai 56 milioni messi a bilancio dal Campidoglio: totale 106 milioni su 12 mesi, non proprio spicci.

Perché allora servono i soldati? Ovvio. Per ottenere forza lavoro gratis e risparmiarsi la fatica delle gare. Sfugge il punto che se lavorano i militari non lavorano le imprese, cioè restano a casa gli operai, i manovali, i camionisti

Perché allora servono i soldati? Ovvio. Per ottenere forza lavoro gratis e risparmiarsi la fatica delle gare. Secondo il furbissimo piano della giunta capitolina la città si limiterà a comprare il bitume, il Genio ci metterà gli uomini e le macchine asfaltatrici, acquistate con uno specifico stanziamento nell’ordine dei 60 milioni di euro.

Sfugge il punto che se lavorano i militari non lavorano le imprese, cioè restano a casa gli operai, i manovali, i camionisti, gli apprendisti di tutte le specialità e persino i braccianti anziani piazzati a gestire il traffico alternato con le palette. Vista l’entità dei progetti – si parla di rifare 200 chilometri di strade – non sarà una perdita da poco, ma alle nostre volpi dell’economia pauperista la cosa non sembra interessare.

Ora, si potrebbe andare avanti per molte righe raccontando il disastro di questa città, e la cecità dei suoi amministratori, e la vergogna di una Capitale costretta a usare alpini e bersaglieri per evitare che la gente si ammazzi in motorino o sfasci l’auto infilandosi in una crepa, ma di questa Roma disperata sappiamo già tutto.

Quel che risulta ogni giorno più incredibile è che nell’opposizione, a destra e a sinistra, non emerga un sussulto di coraggio e visione per impugnare la questione romana e farne tema centrale del dibattito pubblico, indicando finora una candidatura e un programma alternativi a questo sfracello e chiamando a un atto di impegno i moltissimi cittadini che non ne possono più.

Quel che risulta ogni giorno più incredibile è che nell’opposizione, a destra e a sinistra, non emerga un sussulto di coraggio e visione. Fino a novembre, quando sembrava possibile decapitare il sindaco Virginia Raggi per via giudiziaria, era tutto un friccichio di segnali. Ora le minoranze sono ripiombate nella loro eterna pennichella

Fino a novembre, quando sembrava possibile decapitare il sindaco Virginia Raggi per via giudiziaria, era tutto un friccichio di segnali e inviti all’azione. Dopo la sentenza che l’ha mandata assolta, le minoranze sono ripiombate nella loro eterna pennichella, giudicando forse poco conveniente spendere energie con tanto anticipo sul voto del 2021, mentre al contrario il solo modo per non far precipitare la città dalla padella alla brace sarebbe, fin da ora, mettere in campo energie e costruire classi dirigenti in pectore.

A destra, si parla da tempo di una possibile ricandidatura di Giorgia Meloni, sostenuta da Matteo Salvini: cosa aspetta quel mondo a rompere il patto del silenzio sulla Capitale, a dire che così non si va avanti, che l’esperimento è fallito? A sinistra si era a lungo vociferato di ambizioni di Carlo Calenda, sempre da lui smentite: ma è davvero sicuro che sia meglio impantanarsi nel gran casino congressuale del Pd piuttosto che cercare un fronte di impegno concreto e altamente simbolico? E tutti gli altri, la sinistra-sinistra, i movimenti civici, la Lega che ostenta il suo nuovo radicamento cittadino, che fanno?

Dateci un’alternativa, per piacere, dateci qualche nome al quale appenderla oltre la lamentela quotidiana sui casini della giunta Raggi, sui suoi alberi di Natale, sui suoi sconnessi tweet, sull’Apocalypse Now dell’asfalto. Cancellate la sensazione che Roma sia stata abbandonata ai suoi nuovi padroni per un tacito accordo di non belligeranza (come peraltro è successo sempre) cementato da qualche reciproca cortesia. Svegliatevi. Provateci.

O altrimenti tacete, perché la lagna irrilevante dell’opposizione capitolina sta diventando fastidiosa almeno quanto l’incompetenza fanfarona del governo capitolino.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta