Drachma is drachmaI consigli di Aristotele su come comportarsi di fronte al denaro

Disprezzarlo? Giammai. Lavorare per ottenerlo? Benissimo, ma a una condizione: che non si vada contro le finalità della società. L’importante è ricordarsi che la felicità è altrove

Diventare ricchi? Si può, è concesso ed è anche giusto. Almeno finché serve a beneficio dell’intera comunità. Così, in sintesi, la pensava il celebre filosofo greco Aristotele. Certo, i soldi contavano molto, allora come oggi. Soltanto, si partiva da un punto di vista comunitario anziché individuale. Prima di tutto, pensava, viene la società, cioè la polis dell’epoca. Dopodiché gli interessi delle persone. Business is business, ma ancor di più polis is polis.

E allora, se “la finalità dell’arte medica è la salute; quella della cantieristica è la barca, quella dell’arte militare è la vittoria”, e quella delle scienze economiche “è la ricchezza”. Parole sue. Arricchirsi va bene. L’importante è stabilire come. Avrebbe chiesto: “È un’attività che contraddice le finalità ultime della società?”. A seconda della risposta avrebbe dato il suo parere.

Le imprese andavano bene. Tutto sommato erano considerabili come micro-società che avevano un loro obiettivo implicito, il quale partecipava agli altri obiettivi della società, i quali a loro volta partecipavano all’obiettivo massimo, cioè il bene della polis.

L’arricchimento con gli interessi, invece, andava male. Era un sistema che, almeno ai suoi tempi, rasentava i tassi di usura. In più, fabbricare denaro dal denaro (cioè attraverso il tasso di interesse) era considerato improduttivo e sbagliato. Alla lunga avrebbe danneggiato la comunità.

Avrebbe fustigato gli attuali monopoli, del tutto impensabili all’epoca, e bandito la grande differenza di distribuzione della ricchezza della nostra epoca. Ma soprattutto, avrebbe garantito che la ricchezza, anche attraverso il profitto, non è un male. Soltanto, non dà la felicità. Per quella serve la conoscenza.

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