Cultural StereotypeCe lo meritiamo Lino Banfi, ce lo meritiamo

Luigi Di Maio sul palco della convention M5s per la presentazione del reddito di cittadinanza ha annunciato che Lino Banfi rappresenterà l’Italia nella commissione per l’Unesco. Cosa che fatto partire l’indignazione generale. Ma se smettessimo di reagire a ogni annuncio della propaganda gialloverde?

La nomina di Lino Banfi nella Commissione Unesco è solo l’ultimo capitolo della strategia di Propaganda Totale del governo gialloverde. Insignire uno dei personaggi più amati (anche in chiave trash) dell’immaginario popolare italiano di una carica tutto sommato simbolica — andrà a sostituire Pupi Avati come “referente per la comunicazione”, quindi non avrà potere decisionale e probabilmente non farà ulteriori danni rispetto a personale politico ben più pericoloso in ruoli ben più importanti — di una struttura di cui fino a oggi nessuno era a conoscenza (la cui mission è un vago “favorire la promozione, il collegamento, l’informazione, la consultazione e l’esecuzione dei programmi Unesco in Italia”) è una mossa perfetta dal punto di vista comunicativo: getta benzina sul fuoco dell’indignazione facile di una sinistra che se da un lato ogni giorno ha bisogno di eroi, dall’altro ha anche sempre bisogno di un bersaglio facile da attaccare.

Forse per fare bene opposizione bisognerebbe smettere di attaccare la loro propaganda, diventando quindi parte di un grosso e involontario megafono. Forse è arrivato il momento di controbattere nel merito di quello che stava succedendo sullo sfondo del palco dal quale Oronzo Canà si stupiva di essere stato nominato al posto di qualche “plurilaureato” (eh, appunto): il lancio del Reddito di Cittadinanza, ovvero un sussidio di disoccupazione coercitivo e moralista con cui lo Stato non solo può decidere quanto puoi spendere, ma decidere anche in che modo puoi essere povero nell’attesa di trovare un lavoro che sicuramente non ti darà nessuna dignità e magari ti manda anche molto lontano da casa.

Stando al loro gioco, cascandoci ripetutamente come dei poveri fessi, non solo saremo destinati a chissà quanti anni di egemonia “gialloverde”, ma alla fine ce lo saremo anche meritato

Forse sarebbe doveroso andare oltre il gioco delle figurine per cui si attacca Lino Banfi (e quindi il suo portato “popolare”, il suo dialetto, il suo appeal verso un popolo che si sente sempre più lontano dalle élite) e dall’altro si esalta il primo personaggio vagamene famoso che attacca Salvini, perché così si agisce nello stesso quadro di riferimento, ed è un quadro di riferimento altamente tossico e che non porta da nessuna parte.

Poi un giorno parleremo anche di come questa politica delle figurine abbia i suoi massimi esponenti in Silvio Berlusconi (oggi salutato come unico argine al populismo salviniano anche a sinistra come se non esistessero più gli ultimi venticinque anni di storia italiana) e nel Partito democratico di Walter Veltroni, nel tentativo di rendere la politica “pop” e appetibile verso un popolo stanco dei riti della Prima Repubblica e del rigido dogmatismo professionale della cultura comunista e post-comunista. Più ci si concentra sulle manifestazioni secondarie — i cosiddetti “epifenomeni” — più si perde di vista l’obiettivo principale. È sempre la solita storia del dito e la luna, e forse sorge il dubbio che alla fine non siamo più intelligenti di così. Se non vogliamo perdere la capacità di indignarci, oltre a farlo in luoghi che non siano solo i social network (il tutto per qualche Like che non produce assolutamente niente), dovremmo smetterla di farlo per qualsiasi cosa. Soprattutto quando non conta niente. Stando al loro gioco, cascandoci ripetutamente come dei poveri fessi (mentre diciamo tutto il tempo che i fessi sono loro, tra l’altro), non solo saremo destinati a chissà quanti anni di egemonia “gialloverde” — perché i governi passano, le impostazioni culturali restano un po’ più a lungo — ma alla fine ce lo saremo anche meritati.

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