Pro mattarellaLa grande lezione del discorso di Mattarella: solo l’autorevolezza ci salverà dal populismo

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha avuto ascolti da record. Segno che in Italia c'è bisogno di ritrovare voci autorevoli, specialmente nel marasma politico odierno. E che l'esperienza di lungo corso è apprezzata, checché ne dica chi ne ha voluto fare tabula rasa

Da YouTube

Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica ha fatto ascolti molto alti tra tv e web: probabilmente è stato il più visto da quando Sergio Mattarella si è insediato al Quirinale. Dieci milioni di italiani lo hanno seguito in televisione, circa due milioni attraverso Twitter. Non sembra arbitrario collegare questo successo a un diffuso desiderio dell’opinione pubblica di trovare riferimenti autorevoli, fuori dalla mischia, per giudicare il presente e il futuro: insomma, di ascoltare le indicazioni di figure “terze” piuttosto che quelle dei gladiatori in campo e degli ultras che li applaudono dagli spalti.

Questo tipo di voci in Italia sono davvero una rarità. Anzi, forse Mattarella è l’ultimo della sua specie, l’highlander della categoria degli anziani saggi capaci di farsi rispettare e di far riflettere. Tutti gli altri sono stati demoliti dalla lunga stagione di delegittimazione delle competenze che abbiamo attraversato dal 2013 a oggi. Professori, costituzionalisti, economisti, giornalisti, studiosi di ogni sorta, e giù per li rami fino agli scrittori, ai cantanti e persino ai cuochi: non c’è personaggio con una pubblica reputazione che sia uscito vivo dal conflitto anche blando col potere nelle ultime due legislature.

Tra metafore, nomignoli infamanti e accrescitivi spregiativi – gufi, rosiconi, privilegiati, casta, professoroni, persino vescovoni – la politica ha liquidato le riflessioni dei senjores consegnandoli, uno dopo l’altro, alla gogna del disprezzo popolare. Lo stesso Mattarella, all’inizio della legislatura, rischiò di entrare nel mirino dei rottamatori per la moral suasion esercitata sulla composizione del governo e in particolare sulla nomina del ministro dell’Economia, con la nuova maggioranza che ipotizzò addirittura una richiesta di impeachment.

La larga risposta di ascolti al messaggio di fine anno del Presidente non solo ci conferma la necessità e la popolarità delle figure di lunga esperienza ma ci dice pure che un gran numero di italiani è ben lieto di passare una mezz’ora con un politico che non usa i muscoli, il testosterone, il piglio tenorile, per parlare dei destini del Paese

Sei mesi dopo, la larga risposta di ascolti al messaggio di fine anno del Presidente non solo ci conferma la necessità e la popolarità delle figure di lunga esperienza ma ci dice pure che un gran numero di italiani è ben lieto di passare una mezz’ora con un politico che non usa i muscoli, il testosterone, il piglio tenorile, per parlare dei destini del Paese. Da molto tempo ci stiamo convincendo che in questa Terza Repubblica il consenso sia legato a uno stile giovanilistico tra l’iperbolico e il trash, all’arco emozionale che va dalla promessa della Luna ai selfie con la Nutella, ma forse non è vero. C’è spazio pure per altro. C’è anche desiderio d’altro.

Non ci ha portato bene aver fatto tabula rasa, nei partiti e nella società, delle personalità “con un passato”, accomunandole tutte nella condanna alla dannazione eterna pronunciata in nome del rinnovamento rivoluzionario. La categoria dei padri nobili spesso non ha meritato il suo titolo, talvolta se ne è fregiata oltre i suoi meriti, ma corrisponde a una necessità di tutti i sistemi politici ed è fattore di equilibrio in ogni democrazia. Forse ora i partiti cominciano a rendersi conto di quale errore sia stato delegittimarla e condannarla il blocco, destinandola all’irrilevanza, spesso solo per motivi anagrafici. Tutti in questo momento, avrebbero un un gran vantaggio nel mettere in cattedra una voce autorevole, il pensiero lungo di un saggio riconosciuto, ma in giro non ce ne sono più (e i pochi che restano di certo non sono solidali con loro).

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