Alte preghiereMonaci di montagna cercasi: come mollare tutto e andare a pregare sulle cime del Giappone

Portano avanti un culto vecchio di centinaia di anni che unisce buddhismo e shintoismo, hanno conosciuto la gloria e la persecuzione. Ora offrono corsi a chi vuole imparare a sopportare il male e capire il senso della vita. Sono i monaci yamabushi

Se serve fare pensieri importanti, allora bisogna andare in montagna. È una convinzione che attraversa i Paesi e le culture: in cima ai monti (forse per la pace, forse per la vicinanza al cielo) si ragiona meglio, si coglie la profondità delle cose, la si capisce. Non lo pensava solo il filosofo tedesco Friederich Nietzsche, che pure proprio passeggiando lungo le montagne svizzere ebbe la prima intuizione dell’Eterno Ritorno. Lo sostengono anche alcuni monaci giapponesi, gli yamabushi, eremiti che praticano il Shugendo, una sorta di religione che unisce buddhismo esoterico, taoismo e shinto. E dal VII secolo si ritirano sulle montagne.

Come illustra questo documentario realizzato dal giornalista Fritz Schumann, la loro vita è semplice e dura: camminano a piedi scalzi nei fiumi, meditano sotto le cascate e passano la notte sulle cime delle montagne.

Nel 1600 la popolarità della religione Shugendo toccò il picco massimo: i monaci giravano indisturbati per i villaggi dell’attuale prefettura di Yamagata, avevano un ampio seguito anche perché – pensavano i poveri contadini – erano dotati di poteri magici che mettevano al servizio dei samurai e dei signori della guerra. Trecento anni dopo, però, con l’apertura del Giappone al resto del mondo, la loro religione fu dichiarata illegale. Solo alcuni, rifugiatisi in montagna, continuarono – di nascosto – a praticarla.

Oggi la proibizione è stata ritirata, ma il culto è stato azzoppato. I monaci sono sempre di meno, anche se offrono a qualche turista un po’ originale soggiorni per insegnare i fondamenti della loro religione nella quiete della montagna. Non sarà una passeggiata, sia chiaro: l’obiettivo, dichiarano, è “patire le pene dell’inferno”.

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