Il terzo incomodoLa sfida di Bobo Giachetti alle primarie Pd: polarizzare, fare il botto e poi (forse) andarsene

È l’outsider per eccellenza: Martina e Zingaretti in prima fila alla Convenzione Pd, lui in fondo. Il suo obiettivo? Togliere a Martina i voti dei renziani, arrivare secondo e aspettare la chiamata di Matteo

«Niente da fare, non vuole mettersi in prima fila insieme agli altri candidati. E’ fatto così, che dobbiamo fa…». A parlare è il deus ex machina della candidatura di Roberto Giachetti e Anna Ascani alla segreteria del Pd, Luciano Nobili. Il deputato romano, da sempre uomo di fiducia dell’ex candidato sindaco della Capitale, sta spiegando agli organizzatori della Convenzione Pd che Bobo non sederà in prima fila accanto a Zingaretti e Martina, i suoi due concorrenti alle primarie dem, ma resterà in ultima fila, «come ha sempre fatto». Niente foto di rito per la stampa. Neppure Renzi arrivò a tanto.

Eppure, il senso della candidatura di Giachetti (e di Ascani) sta proprio in questo gesto. Una sfida fatta tutta in solitaria, ostentatamente in solitaria. «Il gruppo parlamentare che mi sostiene – scandisce dal palco dell’Hotel Ergife di Roma – è composto da me e Anna Ascani, Anna Ascani e me, poi c’è Luciano (Nobili, per l’appunto, ndr) e Ivan Scalfarotto». Un drappello esiguo rispetto a quello che ha sostenuto Nicola Zingaretti (che parla ormai da segretario in pectore) e, soprattutto, rispetto alla nutritissima truppa che ha deciso di sostenere Maurizio Martina.

E allora quell’11,5% scarso ottenuto nel voto dei circoli, oggi, con alle spalle pochi giorni di campagna congressuale, viene considerato dal “piccolo” entourage una specie di miracolo. Bobo gonfia il petto: «Io vorrei che tra noi ci dicessimo una cosa chiara, il momento del congresso non è il momento dell’unità, ma quello in cui devono emergere le nostre diversità. Se non ci fossero posizioni diverse ci sarebbe un solo candidato». Un messaggio chiaro a Maurizio Martina, che all’Ergife si è presentato con tanto di maglietta “siamo somma, non divisione”, prima ancora che a Nicola Zingaretti.

Il convitato di pietra sullo sfondo si chiama Matteo Renzi. Se il 3 marzo il risultato di Giachetti si avvicinerà ancora (o lo supererà, come dicono i supporter di Bobo) a quello di Martina, allora si riaprirebbe con forza la porta della scissione

Ecco quindi l’altro asse su cui si fonda l’operazione di Giachetti: “stressare” il fronte renziano, in particolare quello che si è schierato con Martina, considerato (a torto o a ragione) semplicemente “non degno” di rappresentare il renzismo. Di qui il vero obiettivo della corsa di Bobo: provare ad agganciare Martina nel voto dei gazebo del 3 marzo. Un’operazione che presuppone un ulteriore travaso di voti verso la sua mozione, come successo – sotto la sapiente regia di Maria Elena Boschi in Toscana, in chiave anti-Lotti, sussurrano i ben informati – già nella prima fase del Congresso.

La contrapposizione, oltre che a livello di classi dirigenti, è squisitamente politica. Da una parte chi mette in cima l’esigenza di mantenere il Pd unito (tanto da garantire che, in caso di vittoria, si andrà a formare una segreteria unitaria) dall’altra chi, nei fatti, non esclude un esito traumatico. Con un convitato di pietra sullo sfondo: Matteo Renzi. Se il 3 marzo il risultato di Giachetti si avvicinerà ancora (o lo supererà, come dicono i supporter di Bobo) a quello di Martina, allora si riaprirebbe con forza la porta della scissione. Lo stesso Giachetti l’ha detto più volte: «Starò nel Pd fino a quando mi sentirò a casa. Quando non sarà più così, alzerò i tacchi e me ne andrò».

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