Magia Zingaretti: in una settimana ha pacificato il Pd (Renzi compreso)

Nella sua prima uscita il neo segretario lancia la ricetta per uscire dalla sacche dell’irrilevanza in cui il Pd si è infilato da troppo tempo: unire, unire, unire. Di colpo un partito dato per morto sembra improvvisamente rinato, vivo e unitario

Foto tratta dalla pagina Facebook

«Dateci fiducia e cambieremo tutto». Nicola Zingaretti, nella sua prima uscita ufficiale da segretario, ha disegnato il nuovo corso del Pd. Un deciso cambio di passo per la principale forza di opposizione del Paese. Basato su alcune, chiare, parole d’ordine. La prima, la più importante e inedita, se guardiamo al recente passato dei dem, è unità. Unire, unire e ancora unire. Ecco la ricetta per uscire dalla sacche dell’irrilevanza in cui il Pd si è infilato da troppo tempo. Una sfida che sembrava impossibile anche solo fino a qualche settimana fa, ma che oggi sta prendendo incredibilmente forma.

Tutto è cominciato il 3 marzo. Quel milione e mezzo (abbondante) di persone che si è recato ai seggi per le primarie ha dato una sorta di ultimatum al Pd: o cambiate ora o non avrete mai più la nostra fiducia. E così è stato, almeno per il momento. In due settimane una rivoluzione copernicana. Già la notte delle primarie, Zingaretti aveva detto che avrebbe costruito la sua azione politica su due parole: unità e cambiamento. In pochi avevano capito che, di fatto, i due termini avrebbero finito per coincidere. Il grande cambiamento, infatti, è proprio l’unità. E l’Assemblea dell’Ergife ha dimostrato che il tanto vituperato Pd ha ancora un’anima. Se pensiamo alla stessa assise, riunitasi qualche mese fa nello stesso luogo, c’è da non crederci. Solo nel luglio scorso, infatti, si celebrava una spaccatura che in molti avevano definito insanabile. Compagni di partito che non si parlavano più perché non riuscivano ad ascoltassi più.

E invece, oggi, si celebra una ripartenza. «Non abbiano ancora fatto niente – dice Zingaretti nel suo discorso – ma siamo sulla strada giusta, ci stiamo rimettendo in moto». Il che significa, per il Pd, ricucire in primis una comunità che pareva irrimediabilmente lacerata. L’elezione a presidente di Paolo Gentiloni è avvenuta in maniera (quasi) unanime, così come la definizione delle figure di garanzia e, in prospettiva anche dei ruoli più operativi, con l’apertura alla scelta di un vicesegretario che provenga dalle fila delle minoranza. Pazienza se questo significherà il sacrificio del capogruppo alla Camera Graziano Delrio (che verrà sostituito, con ogni probabilità, da Andrea Orlando), il significato politico di questa apertura è evidente.

L’abilità di Zingaretti, che sarà tutta da confermare nelle prossime settimane, è stata quella di diventare, in pochissimi giorni, il baricentro di una comunità politica. “Da Tsipras a Macron” è uno slogan che vale a livello comunitario che il neo segretario vuole applicare anche al suo Pd.

L’abilità di Zingaretti, che sarà tutta da confermare nelle prossime settimane, è stata quella di diventare, in pochissimi giorni, il baricentro di una comunità politica. Lasciando il giusto spazio a tutte le componenti e muovendosi come “un gatto” (Bettini dixit), con cautela e intelligenza, sia dal punto di vista programmatico che da quello degli equilibri interni. Ecco allora che nella sua lunga relazione non manca di enunciare le parole d’ordine di una sinistra tradizionale da ritrovare (giustizia sociale, solidarietà, più Stato e più spesa per la sanità pubblica), di un ambientalismo da reinventare e far diventare un aspetto identitario, e di un riformismo europeista da rafforzare. “Da Tsipras a Macron” è uno slogan che vale a livello comunitario che Zingaretti vuole applicare anche al suo Pd.

In questo quadro, quindi, non sorprendono il messaggio “d’amore” di un Renzi in esilio («avanti tutta Nicola, c’è molto lavoro da fare»), l’abbraccio con Maria Elena Boschi, lo scambio amichevole con cui ha accolto le parole velatamente polemiche di Roberto Giachetti. Il nuovo segretario vuole tutti dentro, tutti dalla stessa parte. Il che significa anche lasciare spazio allo stesso Renzi per fare da battitore libero, soprattutto in Europa, come ha dimostrato l’eccellente confronto in cui ha messo al tappeto Marine Le Pen in Francia. Durante il suo discorso, Zingaretti tocca i punti ritenuti più importanti dalla sua “opposizione” interna: no a qualsiasi suggestione di alleanze con il Movimento 5 Stelle, sì ad un’opposizione dura e di merito al governo «che si è ormai salvinizzato». Nessuna riedizione dei Ds in programma, ma un equilibrio ben bilanciato di tutte le anime del partito. E anche chi, dopo le primarie, diceva che avrebbe tolto il disturbo nel caso in cui non si fosse più sentito a casa, per ora è costretto a seguire l’onda ecumenica del nuovo leader, che non cede il fianco ad alcun intento polemico.

E così ci si ritrova, di colpo, davanti a un partito vivo, pacificato, unitario. Un partito che era stato dato per morto e che invece sembra improvvisamente rinato. I sondaggi, per quello che contano, segnano una risalita inaspettata, almeno per i tempi stretti in cui sembra essersi realizzata. I Cinque Stelle sono a portata di mano e un nuovo bipolarismo si staglia all’orizzonte. «C’è un’Italia migliore di quella che abbiamo visto in questi mesi di governo, è l’Italia dei democratici e aspetta solo di mettersi al lavoro». Si parte dalle elezioni regionali in Basilicata e si arriva all’Europa. Sarà un viaggio duro, difficile, pieno di scogli da superare. Ma forse il centrosinistra italiano ha ritrovato la strada. A Zingaretti e a tutto il gruppo dirigente il compito di non sprecare questa occasione. Non ce ne saranno altre.

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