Cucine estremeAltro che Cracco: se volete mangiare bene, dovete andare in questa base antartica

Nella base britannica Rothera Research Station, lo chef Georgiades prepara i pasti per tutti i ricercatori. Ogni giorno deve inventarsi qualcosa di nuovo, anche se il genio deve fare i conti con la scarsità di risorse: le provviste vengono inviate su navi cargo solo una volta all’anno

HO / BRITISH ANTARCTIC SURVEY/NASA / AFP

A 67 gradi di latitudine a sud. Niente sole per due mesi. Isolamento totale dalla famiglia, dagli amici, dalla normalità e, quel che è peggio, dai prodotti alimentari freschi. Niente carne, niente verdure appena colte, niente frutta di stagione. Eppure, alla base antartica britannica Rothera Research Station, che ospita, nei mesi più duri dell’inverno (cioè verso luglio e agosto) circa 20 persone, si mangiano almeno cinque pasti al giorno. Sono ottimi, variegati e ricchi. Il trucco si chiama Georgiades, cioè il nome dello chef incaricato.

Vivere a quelle condizioni non è uno spasso per nessuno. Il compito di Georgiades, come racconta questo articolo di AtlasObscura, è delicato è complesso. Deve provvedere ai pasti, cinque al giorno, che tengano in piedi l’umore della truppa degli scienziati, mantenendo varietà di sapori e di gusti e facendo attenzione alle diverse restrizioni alimentari (alcuni sono vegetariani, alcuni vegani, alcuni ancora intolleranti al glutine e uno segue una dieta halal).

Non a caso ha un lungo curriculum che parla per lui, passato da piccole attività a gestione familiare fino a ristoranti stellati francesi. La differenza, spiega, è tutta nella programmazione. Se in un normale ristorante si programma di settimana in settimana, o di mese in mese, lui deve pensare per un arco almeno molto più lungo. Perché le forniture, che arrivano via nave, sono rarissime: vengono una volta all’anno. Per questo motivo ci vuole una settimana buona per scegliere, trasportare e immagazzinare gli ingredienti, che vengono disposti in depositi diversi per evitare che incendi o burrasche eliminino tutte le risorse alimentari. Il tutto, immaginando un calendario di ricette che possano soddisfare ogni palato e venire a genio nei momenti più bui.

Un esempio per tutti: dopo settimane di isolamento al freddo, Georgiades ha tentato un azzardo: ripescando gli avocado e i pomodori messi in freezer tempo prima, ha fornito ai ricercatori, stanchi del cibo in scatola, un freschissimo guacamole. «È stato importante. All’improvviso hanno potuto ricordare i sapori freschi e sentirsi rincuorati». In uno spazio limitato, con movimenti limitati, in una situazione di rischio, i pasti comuni diventano qualcosa di più: un momento di condivisione, di ritrovo e di calore. La carta dei menù va dai tajine marocchini ai burrito messicani. Ma per quelle sere che gli inglesi sentono più forte la nostalgia, ecco che lo chef serve fish and chips, o stufato di agnello e ravioli. E curry di pesce tailandese. Meglio che a Londra. Meglio che, con ogni probabilità, a casa di quasi tutti i lettori di questo giornale.

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