Voci lontaneIl sonno di una volta: cosa dicevano le ninnenanne babilonesi

Assieme alle immagini di pace, riprese dal mondo animale, il bambino veniva avvisato di non far fuggire, con le sue lacrime e le sue grida, gli spiriti buoni della casa: disgrazie ne sarebbero seguite

da Wikimedia

I neonati piangono e, dalla notte dei tempi, i neogenitori si alzano di notte per cercare di placarli. Succede oggi, succedeva anche nella tarda Babilonia, quando per calmare i figlioletti si usava cantare ninnenanne particolari e svolgere riti bizzarri (ad esempio, si spalmavano gli occhi del bambino renitente al sonno con polvere di strada).

Le parole cantate, che sono rimaste raccolte in una tavoletta scritta con caratteri cuneiformi (secondo gli studiosi, proveniente da Nippur, a 160 chilometri dall’odierna Baghdad, in Iraq), invocano lo stesso “sonno che ha un cucciolo di gazzella stanco”, e chiedono al bambino di sonnecchiare come fa “il pastore nel mezzo del suo turno di guardia”.

Sono immagini che invocano momenti di calma, lentezza, indolenza. Un esempio di poesia popolare trasmessa di generazione in generazione per chissà quanti anni, fino a quando non è stata messa per iscritto intorno al VI secolo a.C.

A differenza delle ninne nanne del giorno di oggi, però, ci sono alcune particolarità interessanti. Il bambino non deve piangere sia per rispetto del padre “che viene disturbato” sia per la madre “cui provoca il pianto”, perché più il piccolo si lamenta, più “fugge, al sentire il suo dolore, il Kusarikku”. Il quale, altri non è che un simpatico e benigno spirito del focolare pieno di pelo e dalla forma di bisonte, che di fronte al pianto dei bambini scappa dalla casa, lasciando spazio alle forze maligne per entrare.

Come è immaginabile, in un mondo in cui queste credenze avevano un valore reale, il pianto di un bambino diventava davvero un fenomeno di cui preoccuparsi. In agguato, del resto, c’era Lamashtu, mezzo uccello, mezzo asino, mezzo essere umano, con cuccioli di maiale che penzolavano dal suo seno: un altro spirito, molto pericoloso, in grado di rapire bambini e uccidere madri incinte.

Il rischio di una morte infantile precoce, all’epoca, era molto alto. Lo stesso valeva anche per la morte delle donne partorienti. Figure come Kusariku e Lamasthu diventavano, in questo modo, personificazioni molto vivide dei timori più profondi dei genitori dell’epoca. Che, al pianto dei figli, dovevano alzarsi, cullarli e cantare. Funzionava, più o meno come funziona oggi.

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