LingueIstruzioni per parlare l’inglese usato dall’aristocrazia

Le diverse scelte lessicali non tradiscono maggiore o minore istruzione e sensibilità: sono uno specchio della classe sociale da cui si proviene. Così era negli anni ’50, così è anche adesso

Tolga Akmen / POOL / AFP

Non è una scoperta che in Inghilterra, per capire a quale classe appartenga una persona, basta ascoltarla un poco. L’accento di sicuro, ma soprattutto la scelta delle parole tradiranno, più di ogni cosa, lo status sociale. È una verità antica, tanto che nel 1954 la scrittrice Nancy Mitford la metteva a chiare lettere in un suo saggetto: “È soltanto dal linguaggio che, al giorno d’oggi, la classe più elevata riesce a distinguersi dalle altre”. Per il resto, “non è né più pulita, né ricca, né più istruita di nessuno”. Una decadenza morale e materiale che continua ancora oggi, come del resto prosegue la distinzione linguistica, ultimo salvagente per un mondo di nobili in crisi.

E allora, in un’Inghilterra che potrebbe finire sotto il controllo del nobilissimo Boris Johnson (il quale, appunto, conserva proprio nel linguaggio il segno del suo lignaggio) è bene ricordare quali parole funzionino da segnale per indicare l’appartenenza sociale di chi parla.

Questo elenco, preparato qualche anno prima dal linguista Alan S. C. Ross, è lì a dimostrarlo. Gli inglesi aristocratici dicono “ice” e non “ice cream”, non si guardano al “mirror”, ma al “looking-glass”, non indossano i “glasses”, ma gli “spectacles”. Se impazziscono, diventano con semplicità “mad” e non “mental”, e se poi muoiono, soltanto “they die”, non certo “pass on”.

La cosa curiosa è che le parole più comuni sono anche quelle più aristocratiche. Chi crede di sembrare più elegante dicendo “Pardon?”, sbaglia. Il vero nobile dice un semplice “What?” (da non confondersi con il “Whaaa?” delle low class). E del resto, anche il rapporto delle classi alte con il denaro è ben più disinvolto: se sono ricchi, si dichiarano “rich”. Mentre “wealthy” è borghese, perché tradisce insieme il ritegno e l’orgoglio di chi non è abituato a maneggiarli da generazioni (o a raccontare ai nipoti come il trisavolo li abbia persi alle corse).

Infine, negli anni ’50 si era diffusa l’abitudine di indicare con “dinner” anche il pasto del mezzogiorno. Non sia mai: è “lunch”, come insegnano le classi alte. E come imparano anche tutti quelli che studiano inglese alle elementari.

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