Stato dell’arteL’Azerbaigian distrugge siti archeologici di valore inestimabile, e l’Unesco applaude

Fare a pezzi chiese, croci di pietra e lapidi di una antica comunità armena nel territorio di Culfa non sembra costituire un problema. Il governo nega tutto. Ma il caso rimane

da Wikimedia

Sarebbe stato bello se, tra i nuovi 29 siti aggiunti alla lista dell’Unesco, ci fosse stato quello di Culfa (noto anche come Djulfa), luogo magico che vanta la più grande concentrazione di croci di pietra medievali – a testimonianza dell’antica presenza nell’area di una “florida comunità di cristiani armeni”, come si scrive qui. Sarebbe stato bello, appunto, ma non è accaduto. Perché il sito di Culfa è stato raso al suolo e distrutto senza pietà dal governo dell’Azerbaijan, che ha ospitato quest’anno i lavori dell’Unesco.

Cose che succedono, certo, quando un Paese classificato come “non libero” porta avanti una politica di rimozione culturale nei confronti degli armeni, eliminando, nel silenzio generale, ogni traccia storica e archeologica del loro passato. Tutti si indignano per i Buddha distrutti dai Talebani. Tutti inorridiscono per l’Isis che fa a pezzi i siti romani. E perché nessuno ricorda i circa 100 soldati azeri che, armati di mazze, hanno abbattuto le antiche lapidi del cimitero medievale armeno di Culfa gettando i detriti e le polveri nel fiume vicino?

Secondo il governo azero questo episodio non sarebbe mai avvenuto. Le denunce sarebbero fasulle e le rivendicazioni politicizzate. Il sito di Culfa non esiste più per la semplice ragione che, spiega, non è mai esistito. Del resto, come si è scritto qui, dal 1997 al 2006 in quell’area (il Nakhcivan) sarebbe stata fatta piazza pulita di 89 chiese medievali – tra cui la cattedrale di Agulis, dedicata a San Tommaso, una delle più antiche del mondo – 5.840 croci di pietra (metà erano proprio a Culfa) e 22mila pietre tombali armene. O no? Secondo la linea ufficiale nessuna di queste cose è mai esistita.

Ora: nessuno spera che il resto del mondo, già abbastanza impegnato per conto suo, si preoccupi anche di queste cose. Però l’Unesco dovrebbe. Anche se, si insinua sempre nello stesso articolo, la donazione azera di cinque milioni di dollari (dopo che Washington ha tagliato i fondi nel 2013 all’istituto) potrebbe aiutare a dimenticare.

All’origine di questa persecuzione culturale ci sarebbe, secondo alcuni, una persecuzione etnica. Con il crollo dell’Unione Sovietica, all’inizio degli anni ’90, la regione del Nakhichevan proclamò l’indipendenza ma rimase, come exclave, parte del territorio azero. La popolazione armena, da quel momento, comincia a diminuire fino a raggiungere quota zero, anche alla luce dell’espulsione forzata decisa, in un’ottica di scambio, durante la guerra con l’Armenia sulla secessione del Nagorno-Karabakh dall’Azerbaigian.

È in quel clima bellico che appare, nella propaganda governativa, la figura dell’armeno come nemico comune dell’Azerbaigian. Secondo la propaganda, agirebbe attraverso la sua potente lobby per minare l’unità territoriale azera, rivendicando un passato archeologico su alcune aree del Paese. Questa posizione spiega la linea durissima dell’Azerbaigian sulla questione: negare, negare e negare, questo è il diktat. E quando non si può negare, distruggere.

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